
Roma,
17 marzo 2008
BOATO: «ESCLUSO DAI VETI PRC PER FARE
SPAZIO IN LISTA A UNA CANDIDATA DI 85 ANNI»
Il deputato verde: «La Sinistra arcobaleno mi ha
lasciato a casa in nome del rinnovamento ma manda in campo l’ex dc Menapace»
Pecoraro non mi ha ascoltato e ha danneggiato
se stesso e il partito.
Veltroni? Incoerente l’alleanza con
Di Pietro
da il Giornale di lunedì 17 marzo 2008
Esco
dall’ascensore al piano dei segretari della Camera - parlamentari un gradino
più su degli altri - e non so dove andare.
«Eccomi», dice
Marco Boato che, contraddicendo il nome, si è materializzato in silenzio.
«Venga», e mi guida tra i meandri di Vicolo Valdina, ex monastero, oggi
dépendance di Montecitorio. A ogni strettoia, il sessantatreenne deputato
verde di Trento si inchioda e mi cede il passo. Con un balletto d’altri
tempi, arriviamo in una prima stanza.
«I collaboratori
che sto per lasciare», dice, presentandomi una giovane signora e Luca Paci,
ex direttore della Voce repubblicana
che lavora con lui da un decennio. Luca mi consegna un malloppo di due
kg.
«Cos’è?»,
mi allarmo.
«Il rapporto agli
elettori di quello che ho fatto in questa legislatura», dice Boato e mi
porta nel suo studio.
«Fa
ancora queste cose?», mi stupisco, sapendo che in genere i deputati,
paracadutati a casaccio dai partiti, conoscono i loro collegi come io
il Togo.
«Sono di vecchia
scuola: un deputato deve dare conto dei voti ricevuti», dice Boato e annuisce
a se stesso. Ha una squadrata testa prussiana e radi capelli imbiancati.
«È
un Don Chisciotte», osservo.
«Ipervitaminico»
e indica la pancetta sotto giacca e cravatta.
«La
sua giornata tipo?»
«Lavoro dalle
8 alle 24. Pranzo alla Camera. Ristorante una volta l’anno quando mia moglie
viene da Trento».
«Tedesca,
da quel che ne so».
«È luterana,
ma è una santa (religione senza santi, ndr)»,
ride.
«Con
questa vita demenziale, ha la palma di secondo deputato più alacre»,
dico.
Boato tace modesto. Aggiungo: «Perché un gioiello come lei non è stato
ricandidato?»
«La
Sinistra arcobaleno si è posta la regola di non ricandidare
chi, come me, ha più mandati. Naturalmente ha fatto molte deroghe, dal verde
Pecoraro Scanio, ai rifondazionisti, Bertinotti e Folena», dice con tono neutro.
«Per
lei, invece, niente».
«Prc
mi ha messo il veto e, in nome del rinnovamento, ha proposto Lidia Menapace, 85 anni. Era già un maturo consigliere della Dc negli anni ‘60, quando io ero
ragazzo», dice, stavolta con malizia.
«Con
l’esclusione, le è caduto il mondo addosso?»
«Ho elaborato
il lutto in tre minuti e in mezz’ora, d’accordo col mio partito, ho indicato
la verde Klaudia Resch, 38 anni di Merano,
come mia sostituta».
«Ha
fatto sei legislature. In effetti, possono bastare».
«Difatti,
quando l’ho saputo ho detto ironicamente: ‘Obbedisco’,
come fece Garibaldi a Bezzecca, località trentina.
Ma sono sei legislature per modo di dire. Sono entrato e uscito, In tutto,
ho 23 anni di Parlamento», e beve un caffè.
«Debuttò
nel ‘79 tra i radicali. Ammira ancora Marco Pannella?»
«Figura straordinaria.
Ma per continuare ad amare Pannella bisogna stargli
a distanza di sicurezza. Quando dopo tre anni lasciai il Pr per fondare con Alex Langer i Verdi, scrissi a Marco e alla Bonino:
‘Non sono uscito per le vostre idee, ma per la vostra prassi. Nelle mie
siete liberali, nell’altra intolleranti’...».
«Da
radicale, partecipò al famoso ostruzionismo contro il fermo di polizia e
detiene il record del più lungo di scorso della storia parlamentare italiana».
«Mondiale.
Un giorno parlai 16 ore, il giorno dopo 18,5. Lo feci, come imponeva il
regolamento, stando in piedi, senza potermi appoggiare, senza leggere e
senza interruzioni per bisogni fisiologici».
«Poi
passò ai Verdi, che oggi significano Pecoraro. La imbarazza?»
«Se significa
solo Pecoraro, sì. Più volte gli ho detto che era interesse suo
e dei Verdi fare emergere più facce. In qualsiasi partito, una faccia sola
non funziona. Non sono stato ascoltato. E Pecoraro
ha danneggiato se stesso e il partito».
«Qual’è
la differenza tra il Parlamento che trovò e quello che lascia?»
«Quando sono
entrato, c’erano Francesco De Martino, Amendola,
Andreotti, ecc. Figure che oggi sarebbero
considerate il vecchio da cancellare».
«Laudator temporis actis?»
«Bella espressione
di Papa Roncalli. Ma non è questo. Oggi più che il nuovo vedo il nuovismo;
più della competenza, l’apparenza; più che la professionalità, l’improvvisazione».
«Quali
politici l’hanno colpita in questi trent’anni?»
«Aldo Moro,
anche se non l’ho conosciuto di persona, resta un gigante. Ma pure il liberale
Aldo Bozzi, Almirante, Berlinguer e Craxi».
«Degli
attuali?»
«Non vedo
che leader di medio calibro. Fini, Casini, Tremonti,
Bertinotti, Veltroni.
Una marcia in più aveva D’Alema. Ma, da tempo, mi pare in difficoltà».
Esausto per tanti riferimenti personali, contrari alla sua natura badiale,
Boato si ri-idrata con mezza bottiglia di minerale
ed è pronto perla seconda tornata.
«Lei
ha fatto il ‘68 e ha scritto un libro, Il ‘68 è morto? Viva il ‘68.
Adesso pure Fini esalta il ‘68. Se anche gli avversari
ne parlano bene, è davvero morto».
«Ma il suo
luogotenente, Gasparri, ha fatto una serie di convegni, invitando anche
me, per distruggere il ‘68. Fini è una persona
intellettualmente onesta che, a differenza dei suoi colonnelli, ha fat to un percorso di riflessione critica».
«È
ancora nostalgico del ‘68?»
«Non ha senso
esaltarlo in modo mitologico, ma nemmeno stroncarlo acriticamente».
«Lei
ha fondato Lotta continua con Adriano Sofri, Giorgio
Pietrostefani e Mauro Rostagno.
Due assassini e un assassinato. Le dice qualcosa?»
«Si dice sempre
che Lc è una lobby. Sofri è tuttora
agli arresti. Langer si è suicidato.
Rostagno è stato assassinato dalla mafia. Per
essere una lobby potente, non c’è male».
«Qualcuno
avrà pure ammazzato Calabresi».
«Sofri
l’ho sempre considerato innocente e ho ammirato il modo socratico con cui
ha sopportato una sentenza ingiusta».
Un
altro di Lc, Erri De Luca, ha detto che, libero
Sofri, rivelerà il vero assassino. Sofri
è, di fatto, libero. Ma De Luca tace.
«Mentre ho
grande stima di Adriano che ha fatto spietata autocritica dell’estremismo
politico, Erri mi sembra un millantatore, intriso della peggiore cultura
degli anni ‘70. Ha il culto della violenza e pensa che tutti siano come
lui».
«Lei
è credente?»
«Ho il dono
della fede fin da piccolo».
«Però,
si batté per l’eutanasia di Welby che la Chiesa
condanna».
«Sono contrario
all’eutanasia, ma anche all’accanimento terapeutico. Nei giorni scorsi ho
lasciato il mio testamento biologico a mia moglie. Ho scritto:
‘Sono credente e amo la vita. Se cadrò in coma irreversibile decidi
tu’. Sperando che non mi tenga vivo artificialmente».
«Lei
è pro aborto».
«Considero
l’aborto un disvalore. Più volte, anche perché purtroppo non abbiamo figli,
mi sono dichiarato pronto ad aiutare chi avesse voluto
evitare questa scelta. Per me, però, è un valore l’autodeterminazione della
donna e la fine delle mammane».
«Al
dunque, è un ‘cattolico adulto’ che s’impipa
della Chiesa».
«Rispetto
la Chiesa. Ma rivendico la mia autonomia laica di cattolico credente. Non
tollero invece le varie Binetti che pretendono di parlare a
nome di tutti i cattolici. Ma chi l’autorizza?
Io no».
«Lei,
garantista...».
«Ce
l’ho nel sangue».
«Votò
contro l’arresto preventivo di Previti. Con quali
conseguenze tra i suoi?»
«Ma votai
a favore delle sue dimissioni da deputato dopo la condanna. Garantista
non significa innocentista. Quel voto contrario mi ha scatenato contro la
canea dei giustizialisti professionali, i
Travaglio, Flores d’Arcais, Beppe Grillo.
Sono giornalmente tormentato da persone ispirate dai loro blog.
Ma vado per la mia strada».
«Veltroni
si è alleato con Di Pietro».
«Trovo incoerente
l’alleanza di Walter, che ostenta ogni giorno il suo riformismo, con un
giustizialista di quel calibro».
«Che
pensa dl Veltroni?»
«Lo stimo.
Ma non l’ho apprezzato quando, con le sue scelte, ha messo in crisi Prodi».
«Ohibò,
difende Prodi?»
«Rimarrà come
l’unico che sia riuscito due volte, nel 1996 e 2006, a battere Berlusconi. Mentre non ci è riuscito Rutelli
e, temo, non riuscirà Veltroni».
«Il
Cav?»
«Una grande
anomalia italiana».
«Dopo
anni non lo ha ancora metabolizzato?»
«Non accetto
la sua demonizzazione, ma il discorso sul predellino è più da Stato sudamericano
che da democrazia matura».
«Un
plutarchesco parallelo tra il Cav
e Veltronì?»
«In parte,
sono l’uno lo specchio dell’altro. Si rincorrono sugli stessi temi e negli
stessi deprecabili modi di fare le liste elettorali. Mi stupisce profondamente
l’esclusione di Allam Fouad nel Pd e di Patrizia Tangheroni nel
Pdl».
«Chi
dei radicali le è rimasto nel cuore, Cicclobello
Rutelli?»
«Rutelli
ha completamente rimosso la sua esperienza radicale. Nel cuore ho Adelaide
Aglietta. Ma è morta».
«Tornerà
ogni tanto alla Camera per respirare il tempo che fu?»
«A Roma, verrò
pochissimo. Ma ho la politica nelle ossa e continuerò a farla».
«Il
suo primo atto da sfaccendato?»
«Un lavoro
durissimo: libera re la casa di Trento dalle scartoffie che invadono anche
la cucina. Lo devo fare. L’ho promesso a mia moglie».
«Soprassieda,
tanto è una santa».
«Anche la
santità ha dei limiti».