
Trento,
12 maggio 2007
“SANITÀ IN AFRICA: QUALE FUTURO?” L’ASSESSORE
IVA BERASI
AL CONVEGNO DELLE ASSOCIAZIONI TRENTINE DI VOLONTARIATO
“La solidarietà fa parte della nostra storia ed è un modo per portare il
Trentino nel cuore del mondo”
Comunicato stampa
“Il
Trentino ha imparato dalla sua storia che la solidarietà è un concetto allargato
di cooperazione. Se questo secondo termine, infatti, prevede che ci sia
uno scambio fra due soggetti, la solidarietà vuol dire mettersi a disposizione
di coloro che possono restituirci solo valori etici
e beni immateriali” Con queste parole l’assessore provinciale alla solidarietà
internazionale Iva Berasi ha inaugurato stamani,
presso l’aula magna “G.Canestrini” del Museo Tridentino
di Scienze Naturali, il convegno “Sanità in Africa, quale futuro?”, promosso
dalla Fondazione Ivo de Carneri onlus e dalla Provincia autonoma di Trento. “Occasione preziosa,
quella di oggi – ha poi proseguito l’assessore
Berasi, – per riflettere sull’impegno del governo
trentino, ma soprattutto della comunità trentina che destina ogni anno l’
0,25% del proprio bilancio a progetti di solidarietà. Occasione per approfondire
il significato della presenza di duecento associazioni di volontariato in
Trentino, di migliaia e migliaia di volontari d’ambo i sessi e di ogni età che dedicano porzioni significative della loro
vita alla solidarietà”.
Presenti al convegno, stamani, Alessandra Carozzi,
vedova di Ivo de Carneri
(“Mi piacerebbe che quello di oggi diventasse un appuntamento fisso della
solidarietà trentina!”), Carlo Pedrolli, segretario
dell’Ordine dei medici del Trentino (“I medici sentono la necessità di un
coordinamento di tutti gli interventi di solidarietà, per poter così rispondere
in modo più efficace alle numerose richieste che ci vengono fatte”) e la
rappresentante delle infermiere trentine (“Sarebbe opportuno far tesoro
delle esperienze accumulate dalle infermiere ma anche dagli altri volontari
in genere durante le esperienze nei Paesi in difficoltà e favorire un loro
reintegro sui luoghi di lavoro”).
L’assessore Berasi, a sostegno delle sue riflessioni,
ha portato alcune cifre: “Dal 1999 al 2006, i progetti ‘africani’ di solidarietà
co-finanziati dalla Provincia autonoma di Trento
sono stati 300, dei quali 40 in Tanzania, 44 in Mozambico e 41 in Eritrea,
per un totale di circa 18 milioni di euro. Possiamo quindi dire che la maggior
parte dell’impegno della comunità trentina è indirizzata proprio verso i
paesi dell’Africa. Noi puntiamo a creare una fitta rete di rapporti, di
conoscenze e di affetti reciproci che contribuiscano
a creare, nei cinque continenti della Terra, un grande Trentino fatto di
volontari e di missionari, di discendenti dei nostri emigrati e di giovani
impegnati a darsi agli altri. Perché se riesco a creare con qualcuno un
rapporto umano, non potrò più tirarmi indietro e il mio apporto sarà sempre
alla pari: uno scambio in cui do e ricevo. Noi
non abbiamo nulla da insegnare, – ha poi proseguito Iva Berasi,
– ma solo da riparare, da restituire ciò che è stato tolto e da riportare
a casa esperienze, conoscenze e, appunto, rapporti. Non vogliamo vivere
su un’isola, ma essere al centro, nel cuore della Terra.”
Al termine del suo intervento di saluto, l’assessore provinciale alla solidarietà
ha anche fatto una raccomandazione: “Stiamo attenti, nei piccoli progetti
di sviluppo, a non replicare i tradizionali errori compiuti nei grandi progetti:
non esportiamo, insomma, gli errori epocali fatti dalla nostra civiltà ed
educhiamo i Paesi in via di sviluppo a non farsi abbagliare dalle false
ricchezze dell’occidente. Ma soprattutto mettiamoci in una dimensione di
ascolto e di accoglienza: chiediamoci ad esempio perché in alcuni
Paesi cosiddetti poveri del mondo, la percentuale di donne elette in quei
Parlamenti è del 50%? Perché il tempo che un padre del
Congo dedica ai propri figli è superiore al tempo che i papà occidentali
dedicano ai loro figli? Sono lezioni di civiltà alle quali dobbiamo dare
ascolto e che devono servirci di esempio!”.
La mattinata, introdotta da Marco Albonico, della
Fondazione Ivo de Carneri onlus,
si è soffermata su due interventi “chiave”, quelli di Albis
F. Gabrielli, del Dipartimento
Malattie Tropicali Dimenticate dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
di Ginevra, e del trentino Paolo Hartmann, anche
lui dell’OMS di Ginevra, che ha parlato del ruolo
delle agenzie internazionali.
Albis F. Gabrielli ha compiuto un breve excursus nel girone infernale
delle malattie dimenticate: “Lasciamo perdere, almeno per oggi, le classiche
malattie infettive come la malaria, la HIV/AIDS,
la TBC: queste sono conosciutissime e su di esse
l’attenzione del mondo occidentale è già molta. Voglio invece presentarvi,
questa mattina, le MTD, le Malattie Tropicali
Dimenticate: la oncocercosi (la cecità
dei fiumi), diffusa nel 99% dell’Africa, che colpisce 37 milioni di africani;
la schistosomasi, colpisce 300 milioni di persone
ed è diffusa nell’85% dell’Africa; la filiarosi
linfatica, 120 milioni di ammalati, nel 40% del continente africano; la
dracunculosi, una malattia che grazie all’intervento dell’OMS stiamo sconfiggendo: 900mila
erano gli ammalati nel 1989, poco più di diecimila nel 2006.”
Perché sono importanti, le malattie dimenticate? “Combattere le malattie
dimenticate – ha risposto Albis F.
Gabrielli, – significa diminuire la povertà, aumentare
i tassi di scolarizzazione e le capacità produttive
di un’area geografica, ridurre il rischio associato ad altre malattie come
HIV/AIDS, malaria e TBC e contribuire in fin dei conti allo sviluppo dei
Paesi endemici”.
È la povertà, infatti, a determinare queste malattie, e al tempo stesso
sono queste malattie ad accrescere il livello di povertà, in una girandola
di cause ed effetti dai risultati drammatici e catastrofici. “Perché la
diffusione di queste malattie dimenticate, che scoppiano in aree geografiche
guarda caso anch’esse dimenticate, è direttamente proporzionale al tasso
di povertà di quei Paesi; la loro trasmissione, poi, è facilitata dalla
presenza di acqua non potabile, da scarsa igiene personale, dall’assenza
di fognature, dalla promiscuità tra uomini e animali...”.
Cosa sta facendo l’Organizzazione Mondiale della Sanità? “Siamo
concentrati su alcuni punti fondamentali: la gratuità dei trattamenti, grazie
anche ai doni che vengono dal mondo ricco; la distribuzione quindi di farmaci
economica e in misura efficace, servendosi delle strutture sanitarie esistenti;
l’individuazione di nuovi strumenti diagnostici e terapeutici; la mappatura delle malattie e la priorità che diamo ai gruppi
ad alto rischio, come i bambini e le donne in età riproduttiva; lo sviluppo
delle risorse umane a livello periferico e delle politiche di riduzione
della povertà”. Ma soprattutto “dobbiamo imparare dall’Africa – ha
concluso Pedrolli, – un continente
che ha sempre qualcosa di nuovo da insegnarci!”
A Paolo Hartmann, invece, medico trentino da più
di vent’anni impegnato negli organismi della solidarietà internazionale
e, oggi, dell’Organizzazione Mondiale della Salute, per la quale cura l’Ufficio
relazione con i Paesi, ha sinteticamente illustrato le condizioni delle
agenzie internazionali che operano in Africa, ma anche nelle altre realtà
drammatiche del mondo. “Con l’ONU venne creata
una rete piramidale e verticale secondo la quale gli aiuti dovevano servire
per rafforzare le sovranità dei paesi poveri. Oggi l’esperienza della Provincia
autonoma di Trento, che in questo campo viene potata
a modello, ma anche delle Organizzazioni non governative (ONG) e delle altre
agenzie private di sviluppo e di cooperazione sono la novità del quadro
internazionale”. Diminuiscono, insomma, gli interventi centrali (anche in
senso finanziario), mentre si stanno ricavando uno spazio sempre maggiore
le realtà private, i territori, le società private.
Tutto ciò è un panorama che va comunque governato
e armonizzato, per evitare sprechi e sfruttamenti che andrebbero a scapito
proprio della solidarietà da cui tutto era partito.
Nel corso della giornata di convegno al Museo di
Scienze, Mohammed Abdu
ha parlato per gli “Amici del Coro Valsella per
l’Eritrea onlus”, mentre i rappresentanti di altre
associazioni presenti hanno relazionato sulle rispettive esperienze in Mozambico,
in Uganda, in Angola e a Zanzibar.
Nel pomeriggio, l’antropologa per l’educazione dell’Università di Verona
Gabriel Maria Sala ha coordinato l’illustrazione
di una serie di interventi di solidarietà internazionale a favore della
società africana, mentre Alessandra Carozzi, per
la Fondazione Ivo de Carneri onlus
ha parlato di una indagine conoscitiva sulla cooperazione trentina in Africa.
Il convegno si è concluso con uno sguardo sul futuro:
impegni e progetti per i prossimi anni sono stati presentati e confrontati
in una tavola rotonda finale su “L’Africa guarda al futuro”.