
Trento,
11 ottobre 2007
L’ASSESSORE BERASI
INCONTRA PADRE GIACINTO FRANZOI
IL MISSIONARIO CHE COMBATTE LA COCA CON IL CACAO
Originario di Sporminore da anni opera in Colombia.
Con l’Assessorato alla solidarietà internazionale sta realizzando due importanti
progetti di cooperazione e sviluppo: scuola e acquedotto
Comunicato stampa
Il cacao
al posto della coca, per dare un segnale di speranza: l’acqua nelle case
e un scuola per offrire futuro ai giovani. Questo
l’impegno, che continua da anni, di padre Giacinto Franzoi (Sporminore, 1943), missionario
della Consolata, che dagli anni Ottanta lavora in Colombia dove ha fondato
la parrocchia di Remolino del Caguan, villaggio situato sulle rive di un’ansa del fiume
Caguan nella regione del Caquetà,
in piena foresta amazzonica, e dove, tra varie difficoltà, opera tutt’ora.
E’ il promotore del progetto “No alla coca Si al
cacao” e di tante altre iniziative di sviluppo sociale. Nel 2002, a riconoscimento
della validità del progetto, è stato eletto a livello
regionale “personaggio dell’anno”. Nel 2004 la Campagna ha ricevuto l’importante
Premio Nazionale di Pace. Due anni dopo il Dipartimento del Caquetà
ha assegnato a P.Giacinto il “Coreguaje de
Oro”, premio di merito per l’impegno costante e attivo nel suo progetto.
In queste settimane è in Trentino. Ieri ha incontrato l’assessore provinciale
alla solidarietà internazionale Iva Berasi. Venerdì
19 ottobre, a Cles, sarà il protagonista di una
serata organizzata dal Gruppo “Progetto acqua, speranza e solidarietà” -
A.V.O.S. e il Gruppo Missionario
Sporminore. E ieri, nell’incontro con l’assessore Berasi, ha sottolineato con soddisfazione
il positivo evolversi dei due progetti di cooperazione e sviluppo della
Provincia autonoma di Trento che riguardano proprio la zona dove opera padre
Franzoi.
Il primo progetto di cooperazione allo sviluppo, “Casa Giovanile Emmaus”, prevede la realizzazione,
in due anni, di una struttura educativa, a Remolino
del Cagùan, in Colombia, in grado di accogliere
una cinquantina di giovani, affinché possano proseguire i propri studi nella
scuola pubblica del paese. Remolino è situato
all’interno della foresta amazzonica a circa due giorni di navigazione dal
più vicino centro urbano. La situazione politica è caratterizzato da un
fortissimo clima di violenza causato sia dalla guerra civile in corso che
dall’imperversare delle bande legate al narcotraffico.
I giovani che saranno ospitati presso la Casa Emmaus
provengono dalle 40 scuole elementari della foresta. Una volta conclusa
il ciclo elementare solo una piccolissima percentuale prosegue gli studi,
essendo molto difficoltoso per le famiglie sostenere le spese necessarie
per un loro trasferimento in città. L’idea progettuale è stata accolta con
grande soddisfazione dagli abitanti del fiume Cagùan, che già si sono prodigati in lavori comunitari per
cofinanziare l’opera. Si prevede la costruzione di un edificio
comprensivo di stanze, servizi igienici, aule studio, sale insegnanti, ufficio,
cucina, sala da pranzo, lavanderia, giardino e cortile. La gestione, manutenzione
e sostenibilità della struttura viene garantita
dai Missionari della Consolata, anche attraverso la compartecipazione delle
famiglie dei ragazzi che saranno ospitati. Il costo è di 100 mila euro.
Il secondo progetto di solidarietà internazionale – in collaborazione con
A.V.O.S. Associazione volontari Sporminore (all’incontro di ieri con l’assessore Berasi c’era il presidente dell’AVOS,
Valerio Rigotti) – è “Un acquedotto di solidarietà”.
A Remolino del Caguan,
nella zona amazzonica della Colombia, attualmente
il sistema idrico è a pompa e rifornisce tre pozzi in determinate fasce
orarie. La popolazione che non ha accesso all’acqua
la attinge direttamente dal fiume. Il progetto prevede la costruzione di
un acquedotto che porti l’acqua dalla sorgente, distante 7 chilometri dal
paese, e della rete di distribuzione che porti l’acqua a tutte le case del
villaggio, al piccolo ospedale, all’asilo e alla scuola. La gestione dell’acquedotto
sarà poi affidata alla popolazione attraverso una cooperativa di servizi
pubblici già formata. Il costo previsto è di 269 mila
euro, l’autofinanziamento è di 109 mila euro, il contributo provinciale
di 160 mila euro. Il partner locale è la Parrocchia di Remolino
del Caguan.
CHI
È PADRE GIACINTO FRANZOI (tratto dal sito internet
Missioni Consolata)
Nato a Trento nel 1943, in pieno conflitto mondiale, padre Giacinto Franzoi si definisce un «figlio della guerra». L’esperienza
della fame, la grande povertà, la prematura scomparsa
della madre e la dura esperienza del dopoguerra lo hanno forgiato, lasciandogli
un carattere ribelle e un atteggiamento da leader nato, tratti che ancora
oggi lo accompagnano e contraddistinguono.
La sua storia di missionario comincia da giovanissimo, quando suo padre
lo fece entrare nel seminario della Consolata, l’unico modo che aveva per
potergli offrire un’istruzione decente. Lì, ebbe modo
di incontrare amici, ma anche di dover fare i conti con la disciplina che
l’istituzione imponeva. Nonostante le difficoltà, l’unico momento
di crisi che ricorda di quel periodo fu quando,
in pieno noviziato, stava per cedere alle sirene di due importanti squadre
di calcio, ben impressionate dalle sue gambe atletiche poste al servizio
della squadretta dei missionari. Ma più del football poté la missione...
Nel 1978, venne inviato in Colombia, a Cartagena del Chairá, una piccola
cittadina adagiata sulla riva del fiume Caguán,
nella provincia meridionale del Caquetá. Del viaggio
di andata gli sono rimasti ben impressi nella mente i 45 giorni
di mare e l’improvvisa notizia della morte di suo padre, che lo colse nel
bel mezzo della traversata atlantica. Dovette ricacciare indietro la tentazione
di ritornare per poter andare a benedire la tomba del suo vecchio e tirò
dritto per il suo cammino. Fu su quella nave che iniziò a scrivere il diario,
un racconto che lo accompagnerà per anni e verrà
pubblicato tempo dopo con il titolo: «Dio e coca».
«Arrivavo nel Caguán
carico di tutto quanto avevo letto sulla teologia della liberazione: molti
sogni albergavano nel mio spirito che è sempre stato un po’ rivoluzionario.
Sul posto mi incontrai con rivoluzionari di altro
tipo: i guerriglieri. L’incontro, devo ammettere, fu alquanto deludente:
trovai una guerriglia che non aveva sostanza e aveva perso tutta la sua
carica profetica», commenta al riguardo padre Giacinto.
I libri non avevano potuto prepararlo in anticipo su quanto avrebbe incontrato
in quelle terre: la coca e la guerra. L’amaro apprendistato con la guerra
iniziò immediatamente dopo il suo arrivo, quando le Farc (Forze armate rivoluzionarie di Colombia, il principale
movimento guerrigliero colombiano, ndr) assassinarono
due catechisti della parrocchia. Il sacerdote ricorda così quest’avvenimento:
«Li crivellarono di colpi mentre andavano a cavallo e mi toccò seppellirli. La
guerriglia non ha mai potuto sopportare chiunque avesse
una posizione di preminenza all’interno della comunità. Come sempre accade quando c’è un funerale fra la nostra gente il cimitero
era stracolmo di persone venute a dare l’estremo saluto a questi due concittadini.
E lì - non potevo credere ai miei occhi - mischiati
fra la gente c’erano anche i loro assassini. Scelsi il brano di Caino e
Abele, dove si dice che l’assassino non deve essere
perseguitato dagli uomini perché ha già ricevuto il proprio castigo: andrà
per il deserto come un serpente, carico del rimorso per la sua colpa. Pare, però, che alla gente del nostro tempo queste parole suonino
come leggende vuote che non provocano nessuna reazione».
Quasi per par condicio, la seconda amara lezione
la ricevette pochi mesi dopo dall’ esercito governativo,
che stava facendo operazioni militari nella zona. Arrivarono in forze, portando
cadaveri di guerriglieri che pendevano appesi ad un elicottero; li lasciarono
cadere dall’alto nella piazza centrale del paese. «Fu un vero e proprio
insulto alla decenza», ricorda con rabbia padre Giacinto. Insieme a
un funzionario del comune di Cartagena si recò
immediatamente a reclamare i corpi dei guerriglieri morti per poter dar
loro sepoltura, ma i soldati presero tempo, e non vollero procedere alla
consegna dei cadaveri. Passò la notte e, al mattino
successivo, i corpi erano scomparsi. «Mi dissero che erano dei banditi e
che non meritavano nessuna sepoltura. Questa frase mi offese moltissimo.
Nell’antichità si usava trattare con pietà il corpo di un nemico morto.
Si rendeva onore al cadavere. Questa guerra, però, non sa neppure che cosa
significa la parola onore».
Padre Giacinto non si arrese e continuò a cercare con determinazione nei
campi intorno al paese, fino a quando, dopo tre
giorni, scovò la traccia delle fosse scavate di fresco nel terreno del vecchio
aeroporto di Cartagena. Giacinto, che non è solito
«mandarle a dire» a qualcuno, non risparmiò una battuta ai militari che
continuavano a seguirlo come ombre: «Andate a dire al
presidente Turbay che il prete di Cartagena
del Chairá è stufo di essere angariato e preso
in giro. Perché l’esercito colombiano deve
uccidere due volte i propri nemici?».
Giacinto fece ritorno in Italia, dove vi rimase per cinque anni. Arrivato nuovamente in Colombia, nel 1988, la situazione era peggiorata
ulteriormente. Gli venne assegnata la parrocchia
di Remolino del Caguán,
un villaggetto che egli stesso aveva collaborato
a fondare anni prima e che ora stentava a riconoscere: «Una Babilonia. La
coca era venduta per le strade. Il paese era pieno di bordelli e la violenza il pane quotidiano. A Remolino
ho imparato a convivere con il delitto, la corruzione e la guerra», ricorda
con dispiacere. Gli toccò persino comprare una sala da ballo per poter costruire
la chiesa del paese.
«Lo stato è sempre stato assente in quest’angolo
della Colombia, come se questo luogo non significasse nulla per la politica
del governo, visto che era così lontano dalle città e dai centri di potere».
Nonostante le grandi difficoltà, padre Giacinto
si è sentito in dovere di restare sul posto, per difendere il valore della
vita. Un lavoro, il suo, ricco di tante, troppe delusioni. Nel 1992, avvenne
un episodio che ricorda come il più amaro di quel
periodo.
«Un sabato, proprio alla vigilia della celebrazione delle cresime, la guerriglia
arrestò un individuo accusato di aver violentato un bambino e voleva fucilarlo
sul posto, nella pubblica piazza, davanti a tutta la gente. Tutto il paese
era lì riunito, gridando di ammazzarlo. Decisi di intervenire; afferrai
l’uomo di peso e lo consegnai alle autorità del comune. Persino i bambini
del posto mi correvano dietro, prendendomi in giro e insultandomi. Mi sentii
come defraudato. Avevo rischiato la mia vita, la mia
reputazione e questi erano i frutti! Presi su due piedi la decisione di
andarmene. Quella, fu la notte più amara della mia vita. Piansi a lungo,
perché pensai di esser stato un fallimento come sacerdote e come uomo»,
dice Giacinto, ricordando come aveva pensato di lasciare il paese la mattina
successiva, all’alba.
«Avevo la valigia pronta, vuota, con dentro solo la mia rabbia
quando la gente iniziò a riunirsi nella piazza. C’erano circa 700
persone. Gli uomini riconobbero il loro errore e mi chiesero perdono. Ma io, veramente, sentivo di non farcela a rimanere. Infine,
arrivò un bambino, uno di quelli che il giorno prima era
stato tra i più aggressivi nei miei confronti. Mi disse: “Padre, io ero
tra quelli che ieri non la stavano ad ascoltare e la insultavano. Mi perdoni”.
Quel bambino mi provocò una stretta al cuore. Mi chiusi
un attimo nella mia stanza, dicendomi “Giacinto, è vero, questi te
l’hanno fatta sporca, ma che hai intenzione di fare?”. Uscii con forza dalla
canonica e, con tutto il coraggio che avevo, dissi agli adulti presenti:
“Non è per voi che ho deciso di restare, ma per questo bambino che è venuto
a chiedermi scusa. È per lui che continuerò a lavorare in questo posto”.
Decisi di restare a Remolino».
Padre Giacinto non se ne andò, sapendo che la sua
vita sarebbe stata costellata di giorni felici e di altri amari. «Il benessere,
frutto della coca, finì presto e tutto ciò che rimase fu la stessa povertà
di sempre. Con l’unica differenza che, in questi ultimi
15 anni, la chiesa si è convertita in un punto di riferimento morale e nel
motore di una nascente economia basata su attività economiche lecite, come
la produzione di cacao e caucciù e l’allevamento di bestiame. Infine,
per rispettare l’impegno contratto con i giovani del posto, quest’anno
entra in funzione un collegio per 60 giovani che potranno studiare e conseguire
l’esame di maturità. Avranno così un’alternativa
in più per non scegliere un futuro fatto solo di guerra o narcotraffico».
Sono stati in molti a definire una pazzia il pensare di poter costruire
un collegio nel profondo della foresta, ma in padre Giacinto Franzoi
vibra ancora il cuore di quel ragazzo orfano e ribelle che imparò a Trento
come si può ricostruire una nazione dopo la guerra. O nel bel mezzo di essa.