Trento, 31 gennaio 2008
VITTORIA SAVIO E LE SUE RAGAZZE PERUVIANE:
QUANDO LA SOLIDARIETÀ DIVENTA RISARCIMENTO
PER I DIRITTI VIOLATI
La referente del progetto Yanapanakusun “Le bambine invisibili”
s’è incontrata con l’assessore Berasi e con le comunità di Isera e di Trento

Comunicato stampa

Vittoria Savio, fondatrice e responsabile del Centro Yanapanakusun (che significa “Aiutiamoci”) di Cusco, in Perù, per l’accoglienza e l’alfabetizzazione delle giovani e spesso giovanissime lavoratrici domestiche, è stata ricevuta ieri nel tardo pomeriggio dall’assessore Iva Berasi, per un breve incontro nel corso del quale è stato fatto il punto sugli ultimi sviluppi dei progetti di cui la Provincia autonoma di Trento è in parte sostenitrice. “Debbo essere grata al Trentino per l’impegno, ma anche per la creatività e la disponibilità umana con cui ci è vicino – ha tra l’altro detto alla Savio. – Voi ad esempio rendete possibile il funzionamento della nostra radio, che è un formidabile strumento per raggiungere e rendere coscienti dei propri diritti tutte le lavoratrici domestiche di Cusco, ma anche per metterle in contatto con le famiglie contadine da cui sono state sradicate, mentre il pulmino che abbiamo potuto acquistare con il vostro aiuto, consente alle ragazze di muoversi liberamente per la città, ma anche ai turisti che si servono del nostro albergo di turismo solidale per raggiungere le aree archeologiche attorno alla città...

“Fare solidarietà – ha risposto l’assessore Berasi, – è ormai un segno distintivo per noi Trentini, è un modo per rispondere a un diritto di riscatto con un dovere di intervento. Se poi, come nel caso di Yanapanakusun, si tratta di diritti violati al femminile, allora il nostro impegno si fa ancor più convinto, perché siamo coscienti che aiutando una giovane donna a recuperare la propria identità, ma anche ad istruirsi e a migliorare la propria condizione di vita, consentiamo alle future famiglie di avere madri capaci e istruite”.

Vittoria Savio, che in questo viaggio per l’Italia è accompagnata da Virginia Sallo Panihuara, una delle ragazze del suo Centro, e da Ronald Zarate, suo collaboratore, nei pochi giorni dedicati al Trentino ha incontrato due comunità: martedì sera è stata la volta della cittadinanza di Isera, che ha riempito la Sala della Cooperazione della Biblioteca comunale, mentre ieri sera è stata l’Aula Grande della Fondazione Kessler ad affollarsi di sostenitori e di amici per un incontro dal titolo “Sulle Ande senza radici: il sogno spezzato delle bambine invisibili”.

Chi siano queste “bambine invisibili” Vittoria Savio l’ha spiegato bene sia ad Isera che a Trento: “Sono le centinaia e centinaia di lavoratrici domestiche che giungevano e giungono a Cusco dalla campagna giovanissime, anche a cinque-sei anni d’età, e che vengono accolte nelle famiglie benestanti come domestiche, con la promessa di ricevere il cambio un’adeguata istruzione e ospitalità, ma spesso trasformate in vere e  proprie piccole schiave”. Gli viene cambiato persino il nome anche sei-sette volte, a queste bimbe sballottate da una famiglia all’altra, finché perdono di vista le proprie radici, si dimenticano il loro vero nome, non si ricordano più né l’età, né i proprio genitori...

La Savio ha aperto fin dal 1994 un Centro di accoglienza a Cusco (CAITH, Centro de Apoyo Integral a las Trabajadores dell’Hogar), a cui si sono via via aggiunti altri progetti: due scuole; la radio per diffondere le informazioni; un albergo per il turismo sociale; un campo in periferia per approvvigionarsi di prodotti della terra e contenere i costi... “Quest’anno le prime ragazze della nostra scuola sono arrivate sulla soglia dell’Università – ha detto orgogliosa Vittoria Savio, – ed è evidente che il nostro è un impegno assai gravoso, sia in termini di personale, sia in termini di risorse finanziarie. Sono contenta che in queste giornate trentine più volte sia emersa la parola ‘diritti’: diritti violati e calpestati, diritti alla cittadinanza, alla cultura, al ricongiungimento familiare, diritto ad avere una propria identità, diritto a un turismo che sia anche conoscenza reale...”.

“La Provincia vi è stata vicina – ha quindi detto l’assessore Berasi, – e continuerà a farlo, perché Yanapanakusun ha dimostrato e sta dimostrando di saper puntare sulla creatività, sul coinvolgimento delle comunità locali, su obiettivi di coscientizzazione e di formazione. Se a tutto ciò aggiungiamo che le beneficiarie di questi progetti sono giovani, giovanissime donne, possiamo ben dire che quanto prevedono i criteri che ci siamo dati come Provincia in tema di solidarietà internazionale sono tutti pienamente assolti”.

VITTORIA SAVIO: UN BREVE RITRATTO

Per capire bene che tipo sia Vittoria Savio, bisogna vederla di persona e parlarle assieme anche solo alcuni minuti. Piccola di statura, capelli bianchissimi, un volto che pare una cartina geografica di rughe – sessanta sigarette al giorno, poche ore di sonno quotidiano, ma ben dormite!, una fastidiosa e dolorosa frattura al piede che la costringe a  muoversi con l’aiuto delle stampelle –, uno scricciolo di donna diremmo noi che, però, come tutti gli scriccioli emana una notevole forza d’animo che le deriva da una scelta di vita forte e totalizzante. Una donna che non ama far parlare di sé (lei ha avuto l’idea iniziale del CAITH, il Centro di appoggio integrale per le collaboratrici domestiche di Cusco, in Perù, che opera dal 1994, “ma oggi sono le mie ragazze e i miei ragazzi che portano avanti tutto il lavoro!”); una donna che s’indigna quando qualcuno travisa o spettacolarizza il suo lavoro, come ha fatto lo scorso autunno un grosso settimanale italiano, che ha intitolato un ampio servizio “Nonna Vittoria accoglie e salva le baby schiave”... “Ma quale nonna... ma quali baby schiave... Io non sono nonna di nessuno... dove sta scritto che bisogna spendere la maternità, per fare qualcosa di buono?!”; una donna, invece, che orgogliosa parla di sé come di una “fricchettona che s’è persa nel cuore delle Ande”, perché alla base del suo impegno di solidarietà la Savio ci mette un profondo impegno politico, maturato negli anni Novanta, quand’era insegnante in Piemonte e volontaria in Centro America per il MLAL, un’Insegnante che ha fatto di tutto per andarsene in pensione, per gettarsi poi anima e corpo nel suo progetto, nella sua idea. Dare un luogo di incontro, di formazione, di coscientizzazione alle giovani bambine, ragazze, donne che, sradicate dalla famiglia campesinha, si ritrovavano e si ritrovano a lavorare come domestiche fin dall’età di cinque, sette, otto anni, “perdendo la propria identità e la propria memoria, il ricordo delle proprie origini, fin anche il ricordo della propria età... Bambine che cambiano di padrone in un giro vorticoso di passaggi,  per ognuno dei quali anche il nome viene cambiato”. Nel giro di pochi anni la ragazza si ritrova schiacciata fuori dalla realtà, in balia di una mancanza di diritti, di occasioni formative... Lavoro, solo lavoro e sempre lavoro!.

È nata così la casa di accoglienza messa in piedi da Vittoria Savio a Cusco: un centro aperto in permanenza che ospita bambine, ragazze madri o giovani impossibilitate a lavorare per motivi di salute, in cui vengono attivati percorsi di formazione nel campo dei diritti dei lavoratori e di sostegno psicologico.

“Ma col passare del tempo le esigenze sono aumentate e anche il CAITH si è evoluto: oggi il Centro Yanapanakusun (che il lingua quechua significa “Aiutiamoci”) prevede accanto all’accoglienza temporanea, una radio gestita dalle stesse ragazze, che trasmette sei ore la settimana (tutti i giorni un’ora a partire dalle sei del mattino, “ora strategica, perché è solo allora che le domestiche hanno il tempo di ascoltare le loro amiche che parlano dai microfoni”), uno strumento che, grazie anche all’aiuto finanziario della Provincia autonoma di Trento, ci consente di raggiungere tutte le ragazze lavoratrici, ma anche di metterci in contatto con i centri rurali per favorire il ricongiungimento delle ragazze – quelle che noi chiamiamo le “bambine invisibili” – con le loro famiglie di origine. Vittoria Savio, poi, ha pensato anche all’istruzione delle sue ragazze, mettendo in piedi il progetto “Maria Angola” che due scuole, una basica, elementare e secondaria, e un’altra notturna a cui possono accedere soprattutto le lavoratrici domestiche di Cusco. Ma tutti questi progetti, che si sostengono grazie agli interventi di solidarietà e di sostegno che partono dall’Italia (e anche dal Trentino), hanno bisogno di un autofinanziamento, ed allora è partita una iniziativa di turismo alternativo (“Diamo la mano a chi è vicino, aspettando chi è ancora lontano” è la traduzione dal quechua del titolo del progetto), con un  vero e proprio albergo in cui i turisti (moltissimi gli italiani) possono soggiornare, ma anche partecipare alla vita del centro, magari prestarsi per qualche lavoretto, oppure fraternizzare e prender parte alle gite che hanno come mete le straordinarie aree archeologiche che circondano la città...

Ed è stata questa forma di turismo alternativo e sociale che ha messo in evidenza come mancassero, a Cusco, delle belle cartoline sulla città. Ci ha pensato, allora, la Provincia di Trento, che ha spedito il fotografo Massimo Zarucco nella città peruviana. Proprio in queste settimane il fotografo, non nuovo ad esperienze di documentazione di progetti solidali, sta realizzando il suo servizio fotografico, che darà modo a Vittoria Savio e ai suoi collaboratori di mettere sul mercato locale una serie di belle cartoline per turisti. E chissà che dal materiale fotografico raccolto non ci scappi anche una piccola pubblicazione da mettere in vendita sulle bancarelle e nelle librerie di Cusco...