Trento, 31 ottobre 2007
BRASILE, QUALE FUTURO PER I DIRITTI UMANI? UN CONVEGNO
CON GINO TAPPARELLI AFFRONTA IL DRAMMA DELLA TORTURA
Ieri sera, nella Sala Rosa della Regione, un incontro al quale ha partecipato l’assessore all’emigrazione e solidarietà internazionale Iva Berasi

Comunicato stampa

È partito per il Brasile più di quarant’anni fa, Gino Tapparelli, nato a Castelfondo ma ormai “adottato” dalle genti di Salvador di Bahia, dove insegna sociologia nella locale Università. E per più di quarant’anni Gino s’è occupato di tortura e di difesa dei diritti civili: “Appena arrivato in Brasile, il fenomeno della tortura era alimentato dai militari al governo, e la loro era una tortura politica. Oggi il Brasile è un paese democratico, è il Paese della Costituzione della cittadinanza del 1988, è il Brasile Paese di tutti, è il Brasile guidato dall’operaio Lula, eppure la tortura sopravvive come strumento poliziesco e carcerario”. Una piaga, quella della tortura, che ha bisogno di essere sanata al più presto.
Ecco il perché di un piccolo convegno su “Brasile quale futuro per i diritti umani?” che s’è tenuto ieri nel tardi pomeriggio a Trento, nella Sala Rosa del Palazzo della Regione, al quale hanno partecipato lo stesso Gino Tapparelli, l’assessore provinciale all’emigrazione, alla solidarietà internazionale,  allo sport e alle pari opportunità Iva Berasi, Floriano Zini di Amnesty International e responsabile di Gruppo Italia 150 Trento e Fabio Pipinato. Un folto pubblico ha seguito gli interventi; tra di loro erano presenti i consiglieri provinciali Roberto Bombarda e Giorgio Viganò.
“Il Trentino – ha ricordato l’assessore Berasi nel suo intervento di saluto, – è convintamene impegnato in una serie di iniziative di solidarietà che lo vedono presente  su tutti i fronti dei drammi mondiali con circa 220 associazioni di volontariato. È, questo, un impegno che ci viene dalla nostra storia, dall’aver vissuto sulla pelle dei nostri progenitori le tragedie dell’emigrazione, dell’esclusione, dei torti subiti, ma è un impegno che, al di là degli sforzi in danaro, punta sulla qualità dei progetti di autosviluppo, specie di quelli a favore dei bambini e delle donne. Il Trentino partecipa al grande progetto di ‘100’ Città’ in Brasile, e abbiamo coscientemente chiesto di essere capofila dei progetti che hanno per destinatari l’infanzia e l’adolescenza. Il prossimo 2008 sarà l’anno in cui celebreremo il genetliaco della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: una costituzione importantissima, che condanna la tortura ma non la pena di morte. Il governo italiano è invece impegnato nella lodevole e importante battaglia per ottenere all’ONU la moratoria delle esecuzioni capitali... Insomma, non mancano gli impegni, le sfide e i traguardi. Siamo quindi vicini e sosteniamo l’attività di Gino Tapparelli in Brasile”.

Ma quale tortura, oggi, viene praticata in Brasile?
È stato Floriano Zini, di Amnesty International e del Gruppo Italia 150 Trento, a dare alcune risposte al tema dettato dalla serata di ieri: “Sono numerosi, a questo proposito, i poli di criticità in Brasile, in cui troviamo tortura e violenze. Sono i poli del sistema giudiziario e penale, che non sempre agiscono per la verità e nella verità; è il polo dell’impunità di cui godono le forze militari e poliziesche; è il polo delle violazioni compiute dall’esercito e dalla polizia, ma anche dal sistema carcerario; è il polo critico di chi è senza casa e di chi è senza terra, di chi lavora ancora in regime di schiavitù; è il polo ancor più critico dei difensori dei diritti civili, che spesso vengono lasciati soli, se non addirittura perseguitati e perseguiti con la violenza e la minaccia”.
E, ancora: la guerriglia urbana provoca la militarizzazione di interi quartieri nelle grandi città, con improvvise retate da parte della polizia che non guarda in faccia nessuno; moltissime, troppe sono le uccisioni extragiudiziali, vere e proprie esecuzioni a sangue freddo da parte delle forze dell’ordine, che il più delle volte rimangono impunite. “Non parliamo, poi, del sistema carcerario, vera fucina di violenze perpetrate da secondini contro i detenuti, ma anche fra i detenuti stessi; qui l’uso della tortura e della corruzione è favorito dal sovraffollamento e le violenze specie sulle donne sono all’ordine del giorno”. Abbiamo parlato, prima, di schiavitù. Ecco un dato significativo: dal 1995 a oggi sono state ben 18mila le persone liberate da condizioni di lavoro disumane e schiavizzanti, ma gli schiavi, specie i bambini, sono ancora molto, molto diffusi...
È toccato quindi a Gino Tapparelli parlare dei risultati del suo lavoro, condotto in Brasile grazie all’apporto della Provincia e della Fondazione Fontana, che hanno dato vita alla “Campagna SOS-Tortura”.
“Dal 2001 al 2003 abbiamo raccolto dati ed eseguito analisi sul fenomeno della tortura, per cercare di fare opera di informazione e di prevenzione. Allo stesso tempo sono stati analizzati i dati relativi alle dichiarazioni di tortura, sono state e intervistate le vittime, descritti gli aggressori, i luoghi e le modalità di tortura, mirando a indurre una riflessione che porti ad azioni preventive e alla lotta contro la tortura stessa”.

E che tipo di tortura emerge da questa analisi?
La tortura esaminata in questo contesto è la tortura pubblica, è la tortura di Stato, ossia quella praticata dai rappresentanti degli organi a cui compete il controllo sociale, la polizia militare e la polizia civile. I dati resi pubblici sono relativi a 158 dichiarazioni di tortura raccolte nello Stato di Bahia, in Brasile, appunto dal 2001 al 2003. Di queste torture dichiarate, ben il 79,1% sono di carattere istituzionale, di cui il 49,7% praticate da agenti della polizia civile, il 14,4% da militari e il 4,6% da agenti penitenziari. La “Campagna SOS-Tortura” colloca lo Stato di Bahia come il quarto Stato brasiliano con il maggior numero di torture.

Ma perché la tortura continua anche con un regime democratico e con un presidente come l’operaio Lula?
Il consenso di una parte consistente di società, la precarietà della conoscenza scientifica e tecnica dell’investigazione criminale, l’arbitrarietà, l’impunità, la mancanza di volontà politica, la permissività e la complicità delle gerarchie superiori, la lentezza della giustizia, la desistenza delle vittime, la mancanza di compromesso da parte di alcune organizzazioni civili sono alcuni dei motivi che consentono il persistere del fenomeno della tortura.

Ma perché è difficile prevenire la tortura?
La principale difficoltà sta nel fatto che le autorità responsabili delle investigazioni sulle torture e sui torturatori appartengono alla medesima istituzione degli aggressori. Un’altra difficoltà nasce dalla poca credibilità delle vittime, che nella maggior parte dei casi ignorano i loro diritti e sono privati del potere di cittadinanza.- Una terza difficoltà consiste che la pratica della tortura è alimentata anche da una discriminazione radicata nella società contro il povero e il nero. Inoltre continua a essere diffusa una visione distorta nei confronti di coloro che difendono i diritti umani, perché chi si posiziona contro la tortura è spesso visto come un difensore di criminali e di ladri.
È comunque importante che di tortura si continui a parlare, in Brasile e fuori dal Brasile. “È proprio questo che Gino Tapparelli ci chiede – ha infine concluso l’assessore Berasi, – ci chiede che il mondo sia informato di quel che sta accadendo in Brasile. A volte, e in certe realtà, per risolvere un problema serve di più un occhio che viene dal di fuori e che getta uno sguardo critico su alcune realtà, più che fiumi di denaro che arrivano per sostenere progetti di solidarietà e di sviluppo. Questo è il senso e lo scopo dell’incontro di questa sera a Trento: è quello di sensibilizzarci, di informarci e di spingerci ad agire di conseguenza nel piccolo dei nostri mondi”. Perché l’invito a lottare contro la tortura in Brasile è, anche, l’invito ad essere vigili da noi e nella nostra realtà. “Pure in Trentino esistono violenze, – ha ricordato Iva Berasi, – violenze che si consumano su donne e bambini nel chiuso delle pareti domestiche”. Torture casalinghe che hanno la stessa la forza e la medesima crudeltà dirompente delle torture “istituzionali”.