
I
PERICOLI DELLE MODIFICHE GENETICHE
Lettera di Alfonso Pecoraio Scanio a "La Repubblica", in risposta
a Dulbecco
Rispondo all'articolo
sulla ricerca nel campo delle "biotecnologie", firmato dal professor Dulbecco,
perché ritengo sia un diritto dei lettori avere una corretta informazione,
non solo sul mio operato, ma anche sulla situazione degli Ogm, organismi geneticamente
modificati, nel mondo intero. È falsa l'affermazione che il movimento
Verde, cui appartengo, e che ha il sostegno della più vasta rappresentanza
della società civile, voglia ostacolare la ricerca nel campo delle
biotecnologie.
AL CONTRARIO: ci opponiamo ad una irresponsabile diffusione degli Ogm nell'ambiente
perché riteniamo che le conoscenze scientifiche non siano adeguate
e che occorra dunque proseguire nella ricerca incentivandola (in ambiente
confinato: laboratori o serre) prima che questa diffusione venga consentita
in campo aperto. Ciò mi ha indotto ad aumentare, non certo ridurre,
i necessari stanziamenti per la ricerca anche biotecnologica, con l'esclusione
delle sperimentazioni in "campo aperto", e non in "campo agricolo".
Ma mi permetto di dissentire totalmente dal professor Dulbecco quando lascia
intendere che sia facile determinare gli effetti di una modifica genetica
e che si possa agire liberamente in campo aperto e quando, pur riconoscendo
in parte la fondatezza dei timori, ritiene che non sia necessario tenerne
conto.
Gli appelli degli scienziati che da tutte le parti del mondo invocano il "principio
di precauzione" ed esortano le autorità ad opporsi ad una diffusione
degli Ogm sono assai più numerosi di quelli che - come nel caso del
manifesto cui Dulbecco ha aderito - invocano maggiore "libertà" e più
finanziamenti. Ne esiste un vasto archivio, che si può facilmente rintracciare
in Internet. Questi appelli illustrano come oggi la scienza non disponga degli
strumenti necessari a controllare gli effetti degli Ogm sulla salute e sull'ambiente,
come si sia ancora lontani da una conoscenza globale del funzionamento del
genoma. Oggi si sa che le interazioni tra i geni sono infinite, come pure
quelle degli Ogm con il loro ambiente e si è consapevoli della fluttuabilità
degli elementi del genoma. Il trasferimento di un gene da una specie all'altra
può scatenare dunque una catena di eventi imprevedibili.
Una visione della scienza moderna ed aggiornata, non oscurantista e riduzionista,
riconosce la complessità dei sistemi naturali e non crede sia possibile
giocare con il genoma come fosse il Lego dei nostri figli. Il gioco del "miglioramento
delle qualità nutritive" nell' alimentazione del bestiame ha del resto
prodotto i risultati che tutti conoscono: la Bse. Dov'erano gli scienziati
quando noi denunciavamo il rischio di un sistema di allevamento che aveva
trasformato gli animali in macchine da produzione o l'utilizzo di fitofarmaci
ed antibiotici che hanno avvelenato ambiente e agricoltura, quando denunciavamo
i cambiamenti climatici?
La diffusione degli Ogm mette a rischio, oltre alla salute e all'ambiente
(numerose sono già le ricerche che evidenziano possibili danni, di
cui la morte di insetti utili in presenza di colture transgeniche e le allergie
non sono che il preludio) la preziosa biodiversità agricola e la qualità
dei nostri cibi tradizionali, che sempre più possono essere compromesse
da un dilagante inquinamento genetico, che viaggia per chilometri con i pollini
e gli insetti.
La ricerca deve essere libera - entro precisi limiti etici - ma le sue applicazioni
rigorosamente controllate. Lo dimostra l'ultima vicenda della soia RR, modificata
per resistere al glifosato, che, come recentemente dichiarato dalla stessa
Monsanto, presenta sequenze geniche diverse da quelle originariamente autorizzate.
La modifica genetica mescola specie che in natura non avrebbero mai potuto
incrociarsi, scavalcando la selezione naturale avvenuta nei millenni. Essa
non può essere in alcun modo paragonata alla selezione dei geni operata
fino a oggi con gli incroci.
Ma è sopratutto falso che vi siano stati, fino ad oggi, dei vantaggi
negli alimenti transgenici. Come dimostrano numerosi studi indipendenti svolti
nelle università degli Usa (uno di essi su 8200 siti sperimentali)
le colture transgeniche non aumentano la produttività dei terreni:
al contrario la riducono. Né è vero che esse consentono di ridurre
l'impiego di sostanze chimiche: l'uso di glifosato, legato ad una grave forma
di tumore, aumenta da 2 a 5 volte, secondo gli stessi studi. Davanti ad un
rapporto costi-benefici così disastroso rimane da chiedersi quali siano
le ragioni per cui le colture transgeniche trovano tanti sostenitori. La risposta
è nei brevetti che vengono concessi in Usa e in Giappone.
Solo le colture modificate possono, infatti, essere brevettate e consentono
il controllo del mercato alimentare più vasto del mondo, il mercato
del cibo. Sono grato a Dulbecco di avermi fornito l'occasione di meglio illustrare
la posizione condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini del mondo,
che vedono nelle biotecnologie in laboratorio, effettuate su microrganismi,
cellule e tessuti uno strumento molto promettente per il futuro, ma che non
desiderano una "nuova genesi" del pianeta.
Sono, dunque grato al professore Dulbecco ma non sono il giusto destinatario
della sua protesta. Il programma del governo Amato dice no agli Ogm in campo
aperto ed è su questo impegno - che certo non poteva disattendere -
che ha ottenuto la fiducia delle Camere.
L'Italia del resto non è che uno dei numerosi Stati che in tutto il
mondo, dando ascolto alla voce dei cittadini, si stanno, sempre più
numerosi, schierando a favore dei prodotti naturali o biologici, contro il
cibo transgenico e, soprattutto, contro la privatizzazione del patrimonio
genetico, vera ragione di diffusione del transgenico. A tal punto che le industrie
agro-biotecnologiche, non certo per colpa mia, si trovano oggi in grande crisi
e, come è stato affermato in un recente vertice finanziario, "le biotecnologie
in campo agricolo sono state il peggior investimento fatto negli ultimi quindici
anni".