
Trento,
10 dicembre 2004
IL “BESTIARIO MINIMO” DELL’ARCHITETTO
VERDE
La mini-strenna dell’ambientalista creata a quattro mani con i dipinti del
figlio Matteo, è popolata da animali che spiegano una morale universale.
Ma non manca una dura critica alla caccia
di Sandra Mattei del Trentino di venerdì 10 dicembre
2004
In
quest’epoca dove sembra che nessuno si sottragga
dallo scrivere e lo fa a maggior ragione in periodo natalizio, fa piacere
ricevere una mini strenna che, sottolinea l’autore, è a mo’ d’augurio per fine anno.
Nient’altro. Niente scopi commerciali, né voglia di autopromuoversi.
Ed è per questo che il libriccino
di Sandro Boato ci piace. S’intitola “Bestiario minimo”: sono una settantina
di pagine che contengono cento favole in cento parole, dove i protagonisti
sono, ovviamente, gli animali. Pagine scritte con leggerezza, visto
che i racconti non superano la mezza pagina, ma con una dichiarata
presa di posizione dalla parte degli animali.
Racconta Sandro Boato, che sulla scena pubblica è noto per la sua professione
di architetto e per il suo impegno nel gruppo dei Verdi del
Trentino, per i quali è stato consigliere per due legislature (dal ‘78 all’
‘83 e dall’ ‘88 al ‘93) che lo spunto per scrivere il “Bestiario minimo”
è nata da un invito partito dal Domenicale de “Il Sole 24 Ore” nel maggio
scorso. La rivista del quotidiano economico proponeva ai lettori di “mettersi
nei panni di Esopo” e di scrivere una favola con protagonisti gli animali,
che doveva riportare anche, nella tradizione del favolista greco, una morale.
Condizione indispensabile, che il racconto fosse di brevità estrema. Sandro Boato ha accettato la sfida, ed ha inviato alcune favole, che però non sono state pubblicate. A quel punto, pur apparendogli all’inizio impresa ardua riuscire a collezionare una raccolta che potesse trasformarsi in libro, senza ripetersi e senza cadere nel banale, i racconti sono diventati cento. Racconti, dicevamo, che sono dichiaratamente dalla parte degli animali e che, rispettando l’intento programmatico di Esopo, suggeriscono sempre un comportamento etico, che fa apparire le bestie più sagge degli uomini. O meglio, che mette alla berlina vizi e pregiudizi del genere umano.
E da verde coerente, non può mancare la critica, ironica ma ferma, ai cacciatori. «Una critica - sottolinea Boato - che non è ideologica, ma dettata dalla consapevolezza che cacciare non ha più una giustificazione materiale, di sopravvivenza, e che spesso è una pratica che provoca danni ambientali». Come spiega nel racconto “Le poiane”, dove la coppia di rapaci sorvolando il bosco commenta: «Anche oggi dovremo digiunare: il bosco è infittito di schianti, non si vedono più gallinacei in giro, il resto lo requisiscono i cacciatori». E conclude: «Bisognerà accontentarsi di qualche topo o di serpenti, le sole specie in aumento, salvo vivere di insetti o andarsene in cerca di un luogo più ospitale».
I racconti dimostrano insomma una profonda sensibilità per l’ambiente, non solo quello più vicino a noi, popolato di orsi e caprioli, di cani e gatti (e verso quest’ultimi c’è una predilezione particolare), ma anche per quelli più lontani, come l’Africa delle savane, percorsa da tigri, elefanti, rinoceronti e iene.
Completa il libriccino una scelta di dipinti di Matteo Boato, figlio di Sandro, trentatreenne che tra la professione di ingegnere e del chitarrista classico, ha scelto di fare l’artista. E lo fa con notevole successo, visto che, nonostante la giovane età, ha già collezionato varie pagine con elencate esposizioni personali e in collettive. Affermatosi con la serie delle “case danzanti”, il giovane Boato ora ha affinato il segno e ha allargato il suo campo d’azione ai corpi umani e animali, abbozzando espressioni e tratti che sanno cogliere l’essenza stessa dei soggetti: la potenza di un toro, la flessuosità di un gatto.