
Trento,
7 luglio 2007
TRENTO
2020: QUEI VUOTI SUL FUTURO DELLA CITTA’
di Sandro Boato
da l’Adige di sabato 7 luglio 2007
La sera
del 4 luglio, al teatro Sociale, si percepiva l’attesa di un grande evento, tale era la presenza
soprattutto giovanile e – non scontata nell’ambiente dell’architettura e
dell’urbanistica – quella femminile.
Il film-documentario
«2020/Viaggio nella città in trasformazione» non lasciava a desiderare sul
piano cinematografico, salvo la eccessiva presenza dell’attore protagonista (Enrico Marteo) peraltro bravo, i primi piani impietosi e insistiti
di volti segnati dall’età, la clamorosa assenza della donna tra i soggetti
attivi – sia nel filmato e che nella tavola rotonda successiva.
Quanto
al contenuto, la Trento del futuro appare proiettata tutta in positivo
sull’università, la ricerca, l’innovazione e sull’architettura delle «grandi
firme». L’altra faccia della città è stata addirittura ignorata anche visivamente;
importanti aree industriali dismesse, così profondamente inquinate da non potersi utilizzare
(come la ex Sloi e la
ex Prada), la pessima macro-edilizia di Trento-nord terziaria-residenziale
e del centro commerciale, la brutta periferia di Roncafort
e parte di Gardolo, la colata cementizia delle «ville» sulla collina di Martignano, per limitarsi ad esempi.
Degli
intervistati personalmente soltanto Joan Busquets – da urbanista – ha saputo esporre un disegno urbano di qualità, con linguaggio
chiaro, anche se il suo progetto dipende in toto
dall’interramento della ferrovia, e Mario Botta – da architetto – ha evidenziato
il legame tra creatività progettuale, istituzioni e tessuto urbano e sociale. È poi stato piacevole
sentir dare tanta centralità a un «grande parco
nell’area ex Michelin». Però,
ha precisato Renzo Piano, «se non si alzano gli edifici non si libera terreno
per il verde». È la conferma della dipendenza dei risultati progettuali
dalle forze economiche, più che dal valore dei tecnici.
Ma il
2020 di Trento dipenderà da un altro «vuoto» del documentario: la riforma
del sistema del traffico, la cui crescita è da tempo incompatibile con la
città serrata nel fondovalle, tra autostrada, ferrovia, circonvallazione
e fiume, e minacciata da una terza corsia autostradale, che diverrebbe «necessaria»
con l’autostrada Valdastico. Ciò aggraverebbe
anche il già preoccupante inquinamento atmosferico. Inoltre il centro storico
restaurato e pavimentato è sicuramente bello, ma occupa un sessantesimo
dell’area urbana e la vivibilità va garantita equanimemente
alla periferia e alle fasce intermedie. Manca ancora un arco di parcheggi
che fermi al margine periferico le auto dei pendolari dalle frazioni e dalle
valli, un metodo dissuasivo dall’ingresso delle auto al centro-città, un
collegamento a tappeto-scala mobile con l’università collinare.
Sul
futuro della città dunque la riflessione è appena cominciata.