
Roma,
11 maggio 2008
I VERDI HANNO ANCORA UN FUTURO IN ITALIA
?
al Consiglio Federale nazionale dei Verdi
Nuotare
in mare aperto.
Buon giorno a tutte e a tutti gli amici Verdi,
anche se non so davvero se questo sarà un buon giorno o forse invece la
giornata che segnerà l’inizio della fine dei Verdi italiani.
“Un
nuovo inizio” o un “cupio dissolvi”?
“Un nuovo inizio”? Mi chiedo e vi chiedo con una
qualche brutale franchezza. Ripeto: “Un nuovo inizio”? Nonostante lo sforzo in questa direzione che alcune e alcuni
amici Verdi stanno da settimane facendo, anche partendo da esperienze e
da punti di vista storicamente diversi, mi sembra che da parte di troppi
altri si stia ostinatamente remando contro, in una sorta di “cupio dissolvi”,
che potrebbe portare in queste ore alla definitiva disgregazione dei Verdi.
“Spes
contra spem”.
“Spes contra spem”, è il monito biblico
che potrebbe essere applicato anche a noi: la speranza contro la disperazione.
Ma nelle realtà terrene non sempre la speranza vince, soprattutto
quando quelli che dovrebbero essere “Hoffnungsträger”
(per usare una bella e drammatica espressione di Alexander
Langer), e cioè portatori di speranza, perdono
qualunque orientamento generale e si arrabattano soltanto a cercare di cambiare
tutto per non cambiare niente.
Non c’è davvero
speranza se – dopo uno “tsunami” politico prima
che elettorale, dopo una sconfitta epocale e per ora senza appello – un
gruppo dirigente ormai arrivato al capolinea si preoccupa ancora non di
interrogarsi su come poter servire i Verdi, ma di come continuare a servirsi
dei Verdi per auto-perpetuarsi sul nulla.
Sì, perché in
queste ore, e nei giorni che le hanno precedute, c’è chi ha pensato soprattutto
al modo di succedere a se stesso e a se stessi per gestire il nulla, per
occupare il nulla, per dirigere ancora il nulla.
Se fossimo su
un piano religioso, anziché in un ambito di laicissima politica, questo apparirebbe come una sorta di
“peccato contro lo Spirito Santo”, quei peccati per cui
non c’è perdono e non c’è remissione della colpa.
Siegmund
Freud avrebbe detto, con linguaggio psicoanalitico,
che c’è chi ha perso letteralmente il “principio di realtà”, e continua
ad aggirarsi in un mondo onirico, che non esiste più.
Servire
i Verdi e non servirsi dei Verdi.
C’è qualcuno che mi sembra davvero continuare ad aggirarsi ancora tra i
Verdi letteralmente in stato ipnotico. C’è qualcuno che pensa che ci sia
ancora qualche pezzetto di potere da spartirsi o da controllare, e non si
è ancora accorto che si tratta del potere sul nulla, del potere
del nulla. C’è qualcuno che non ha ancora capito che – dopo aver ormai portato
i Verdi sull’orlo del baratro, ma temo ormai fin dentro il baratro – l’unico
servizio che può rendere ancora, non a se stesso ma
ai Verdi, è quello non di “andare a casa” (perché nessuno “deve andare a
casa”: abbiamo bisogno di tutti), ma di chiedersi come servire finalmente
i Verdi, e non più servirsi dei Verdi.
Consapevolezza
dei propri errori e limiti.
Ho sentito riecheggiare – a giustificazione della disfatta dove siamo stati
condotti – persino l’evocazione di un complotto mediatico
contro di noi. E questo viene detto da chi è comparso
vanamente pressoché tutte le sere in televisione, da chi ha partecipato
da solo, e sempre lui solo, a decine e decine di trasmissioni di “Porta
a Porta”, per non parlare d’altro, senza mai chiedersi se quelle ripetute
apparizioni televisive – quasi una sorta di coazione a ripetere, ancora
una volta in senso freudiano – aumentassero o facessero invece di volta
in volta diminuire il prestigio e il consenso dei Verdi.
Nessuno vuole
infierire nel momento della sconfitta, e nessuno fortunatamente l’ha fatto
in questo Consiglio federale o altrove, ma a patto che non si continui
ad ingannarsi e ad ingannarci, a patto che si prenda atto e si riconoscano
le proprie responsabilità.
Mi tocca ricordare
che Luigi Manconi – a cui pure non era
andato il mio voto, ma col quale ero stato sempre leale, come sono
stato leale sempre con tutti – ripeto: che Luigi Manconi
ha dato le proprie irrevocabili dimissioni, annunciandole subito all’ANSA,
un minuto dopo il risultato delle elezioni europee del 1999, che furono
sì una sconfitta, ma non catastrofica, dal momento che eleggemmo comunque
due parlamentari europei.
Doverose
dimissioni dopo la catastrofe elettorale.
Anche questa volta è giunta una lettera di dimissioni, ma senza una parola
di autocritica e dopo ben sette giorni dal risultato elettorale,
e dopo che qualcun altro della Sinistra Arcobaleno aveva zittito Grazia
Francescato, che in diretta televisiva aveva giustamente
ricordato come, in qualunque paese europeo, gli interi gruppi dirigenti
si sarebbero dimessi immediatamente dopo, un minuto dopo una simile catastrofe
elettorale.
Un
suicidio politico che viene da lontano.
La catastrofe, il vero e proprio suicidio politico dei Verdi dentro l’avventura
della Sinistra Arcobaleno non è analizzabile nell’arco
di questi ultimi mesi, ma viene da lontano, da molto lontano.
Ci sono modi migliori
e più efficaci per dimostrare in modo credibile la propria esistenza in
vita. E questi modi consistono non nel dichiarare
a vuoto, ma nel fare, nel concreto operare con i Verdi e con i cittadini,
per realizzare esperienze concrete e non per declamare frasi ormai prive
di qualunque reale significato politico e culturale.
Chiusa questa
parentesi, vorrei tornare a ricordare che – pur al di fuori di qualunque
polemica pubblica, per non danneggiare la già fragile immagine dei Verdi
– da anni e anni ho ammonito i Verdi a uscire dalla sterile collocazione politica sempre più schiacciata
sull’estrema sinistra.
Ben prima che
nascesse la Sinistra Arobaleno, per anni i Verdi
si sono trovati collocati e raffigurati nei mass media a fianco di Rifondazione
comunista e dei Comunisti italiani, senza mai fare nulla per sottrarsi a
questo abbraccio mortale e davvero innaturale per
i Verdi e per la loro storia.
E poi, via via
e sempre più, i Verdi sono diventati parte integrante e subalterna
della c.d. “sinistra radicale” e della c.d. “cosa rossa”, perdendo totalmente
la propria identità politico-culturale, la propria peculiarità di forza
politica trasversale e anche il proprio consenso, che non poteva certo realizzarsi
e tanto meno accrescersi nella “riserva indiana” di comunisti, post-comunisti
o addirittura neo-comunisti.
I
Verdi oltre le ideologie ottocentesche e del ‘900. Soltanto
chi ha dimenticato o rimosso la storia pluridecennale dei Verdi, fin dalle loro origini nei primi
anni ’80, può meravigliarsi della mia (ma non
solo mia, anche di molti altri) crescente preoccupazione – per non dire
altro – nel vedere, negli anni più recenti, una collocazione
della leadership dei Verdi sempre più spostata verso l’estrema sinistra,
come se fossimo tornati alle ideologie totalizzanti degli anni ’70.
I
Verdi non sono “sinistra radicale” o “cosa rossa”. Ora i Verdi
sono arrivati davvero al capolinea, dopo lo “tsunami”
del 13–14 aprile, che li ha spazzati via dal Parlamento,
nel quale erano entrati con orgoglio e lungimiranza – e con un gruppo a
maggioranza femminile – oltre 20 anni fa, nel 1987.
Ma
anche per la fase più recente, nessuno almeno nel gruppo dirigente, può
affermare di non essere stato avvertito per tempo del suicidio verso cui
stavamo andando con determinazione davvero degna di miglior causa.
Il 4 dicembre
2007, a pochi giorni dalla Assemblea di lancio
della Sinistra Arcobaleno alla Nuova Fiera di Roma (che si tenne l’8 e 9
dicembre), il presidente della Camera Fausto Bertinotti,
in una incredibile e sciagurata intervista a “Repubblica”, parlò di Prodi
– presidente del Consiglio in carica, della maggioranza di cui Bertinotti faceva parte come noi – ripeto: parlò di Prodi
come del “miglior statista morente”. Ma disse anche molto di peggio e, per
non deformare artatamente la memoria, vi leggo testualmente un
Sms che inviai quel giorno stesso al Presidente
dei Verdi e a molti colleghi parlamentari:
«Vedo che Bertinotti
dice: “Voglio garantire a noi il diritto di tornare all’opposizione”. Mi
dispiace, ma io per i Verdi penso esattamente l’OPPOSTO.
Il problema dei
salari è importante, ma NON È LA NOSTRA PRIORITÀ. I verdi non sono nati
per questo e non possono morire come ‘sinistra radicale’o ‘cosa rossa’,
di cui solo parla Bertinotti.
FERMIAMOCI PRIMA
CHE SIA TROPPO TARDI E SI SFASCINO I VERDI ! Le alleanze elettorali le potremo
sempre fare a tempo debito».
Le alleanze elettorali,
appunto, e non un nuovo soggetto politico dell’estrema sinistra, in cui
annullare di fatto i Verdi e di cui addirittura
in campagna elettorale sono state distribuite le tessere numerate di pre-adesione.
Decise da chi, e quando e per che cosa, e autorizzati da quale deliberato
congressuale, mi chiedo ancor oggi, come se avessimo assistito inermi e
defraudati a una sorta di colpo di mano fraudolento, nei confronti dell’autonomia
e dell’identità dei Verdi.
La
Sinistra Arcobaleno e la scomparsa dei Verdi.
Dunque, questo non è il “senno del poi” (di cui
“sono piene le fosse”). In realtà, le fosse sono davvero piene dei cadaveri
della Sinistra Arcobaleno, ma quello del mio messaggio
del 4 dicembre era il “senno di prima”, che nessuno ha però voluto allora
ascoltare, tutti dediti alla propria auto-sopravvivenza, anche a scapito
della sostanziale scomparsa dei Verdi.
Anche allora,
il 27 gennaio, mi ero dichiarato assolutamente contrario a qualunque ipotesi
di soggetto politico unico, che – dissi testualmente – “segnerebbe la scomparsa dei Verdi” e
avevo inutilmente ammonito la leadership dei Verdi a non subire l’ “egemonia
comunista e post-comunista”, come poi invece è stato per tutta la campagna
elettorale, fino al punto che persino “Notizie Verdi” sembrava diventato
una succursale di Rifondazione Comunista, con conseguente perdita di voti
e di consensi ad ogni arrivo, sempre più dannosamente frequente, nelle case
degli iscritti Verdi, sempre più allibiti e sorpresi di dover ricevere e
leggere un sotto-prodotto del genere.
Innaturale
per i Verdi la collocazione all’estrema sinistra.
No, dunque,
il mio (e di molti altri, che si sono trovati coinvolti e travolti in una
scelta sostanzialmente imposta e non condivisa) non è davvero il “senno
del poi”, anche se le fosse sono piene ugualmente.
Ve la leggo integralmente,
anche perché pure questa volta si tratta del “senno di prima”, e non del
“senno del poi”.
«“Auguro il massimo
successo alla Sinistra Arcobaleno, ma penso che
dal 15 aprile dovrà aprirsi una forte riflessione critica e autocritica
nell’ambito dei Verdi”. Lo dice a Radio Radicale Marco Boato, che aggiunge:
“Io sono nei Verdi dall’inizio, con Alex Langer, e penso che non sia
immaginabile che un lavoro fatto per un quarto di secolo, anche in Europa,
di costruzione di questo soggetto politico possa essere liquidato per un
fenomeno di insipienza politica e di incapacità di direzione politica,
che purtroppo ormai è sotto gli occhi di tutti”.
Boato conclude:
“Facciamo questa campagna elettorale e facciamo in modo che il risultato
sia il migliore possibile, ma poi senza livore, senza astio, senza scissioni
dell’atomo, apriamo una grande riflessione politica, perché il ruolo dei
Verdi dovrebbe essere nell’ambito di una grande area laica, radicale, ambientalista,
riformista, socialista e non può essere un ruolo, invece, schiacciato e
addirittura alla fine annichilito in una collocazione di estrema sinistra,
che per i Verdi è del tutto innaturale”».
Non
ci sono rendite di posizione: necessaria una svolta profonda. Ho
detto che ora i Verdi sono arrivati davvero al
capolinea, dopo lo “tsunami” del 13-14 aprile che li ha spazzati via dal Parlamento.
Per chi non se
ne fosse accorto, vorrei segnalare che nessun Verde è stato eletto nella
Assemblea regionale siciliana, ma anche che nessun Verde è stato
rieletto ora nel Consiglio regionale del Friuli-Venezia
Giulia, la cui presidenza e maggioranza è stata conquistata dal centro-destra,
con la sconfitta di Illy e della sua coalizione.
Ho tralasciato
molte altre città e province, solo per carità di patria. Ma ho ricordato
tutto questo, a chi si fosse distratto, per far capire che non ci sono più
rendite di posizione garantite a livello regionale
o locale, dove i Verdi sono destinati o a scomparire o a essere ridotti
ai minimi termini, se non ci sarà una svolta profonda e questa sì “radicale”
anche a livello regionale e locale, oltre che a livello nazionale.
Se “un nuovo inizio”
deve esserci – ma non so se ci sarà – questo deve
riguardare tutto il corpo dei Verdi, a cominciare ovviamente dal livello
nazionale, ma senza che nessuno si illuda di avere qualche “fortino” o qualche
“ridotta” in cui trincerarsi in modo autocratico, salvo poi risvegliarsi
amaramente alla prossima tornata di elezioni amministrative o regionali
(le prossime, il 25 maggio, sono in Val d’Aosta e poi, il 26 ottobre, in
Trentino e in Alto Adige/Südtirol, e saranno la
prima cartina di tornasole per capire eventuali capacità di invertire la
tendenza catastrofica in atto).
Non
è arrivata al capolinea la questione ambientale: la necessità di una cultura
ecologica di governo. Ho
detto e ripeto che – se non ci sarà una svolta di 180 gradi, un cambiamento
profondo e non un aggiustamento gattopardesco – i Verdi sono arrivati al
capolinea.
E non è arrivata
al capolinea la crescente necessità di una cultura ecologica di governo,
nel momento in cui i cambiamenti climatici, l’effetto serra, la questione
energetica, l’inquinamento atmosferico, le malattie di
origine ambientale, il dramma dell’acqua e della desertificazione,
e via elencando, sono tra i punti prioritari dell’agenda politica europea
e mondiale, e dovrebbero esserlo anche dell’agenda politica italiana.
Cambiare
rotta, gruppo dirigente e metodo di direzione politica. Dunque,
o i Verdi cambiano radicalmente rotta e gruppo dirigente, metodo di direzione
politica e rapporto con la società e le istituzioni a tutti i livelli, in
un’ottica autenticamente federalista anche al proprio interno, superando
inoltre ogni mentalità centralistica da piccolo
partito monocratico o
oligarchico, per ritornare all’altezza di queste sfide epocali sul piano
politico, ma anche culturale e scientifico, e persino umano e degli stili
di vita, oppure i Verdi italiani sono destinati rapidamente a scomparire,
non solo dal Parlamento nazionale ma anche da quello europeo, e via via
anche dalle Regioni e dagli enti locali, dove pure sono nati con l’ “Arcipelago
Verde” e poi con la Federazione delle Liste Verdi negli anni ’80.
E, per fare questo,
oltre a un percorso interno che sia da subito di
profonda innovazione e di cambiamento non mimetico e ipocrita, i Verdi devono
ricominciare immediatamente ad aprirsi all’esterno, senza rigidità e senza
settarismi, recuperando energie e risorse umane perdute e conquistandone
altre nuove, anche sul piano culturale e scientifico.
Sul piano politico,
con umiltà e senza arroganza, senza spocchia, con generosità e lungimiranza,
guardando non a tutelare se stessi ma a valorizzare la centralità della questione ecologica
e del punto di vista ecologico rispetto a tutti i problemi economici, sociali
e istituzionali, i Verdi devono pazientemente riprendere la strada del confronto
e del dialogo a tutto campo, nel centro-sinistra rispetto a tutte le sue
componenti e in una logica di coalizione (ben sapendo che c’è chi la coalizione
non l’ha voluta, ma è andato a sbattere e si è fatto male e ora deve riaprire
il dibattito sulle alleanze), ma anche nella società rispetto al mondo dell’associazionismo
e delle iniziative civiche, dentro e fuori le istituzioni rappresentative,
recuperando in pieno la propria trasversalità politica, sociale e culturale.
Un
“nuovo inizio” dei Verdi: dialogo con tutti, senza subalternità a PD o altri.
Se ci sarà la volontà, da subito, oggi stesso – o, temo, mai
più – di fare questo, l’unica discriminante sarà tra chi vuole davvero un
“nuovo inizio” per i Verdi italiani, e chi invece pensa a percorsi alternativi
o verso il PD o verso qualche pezzo residuo della defunta Sinistra Arcobaleno. Noi dovremo dialogare con
tutti – abbiamo già cominciato a farlo nei giorni scorsi con i radicali,
nella loro aperta e ospitale Assemblea di Chianciano
dal 2 al 4 maggio –, ma senza diventare subalterni
o collaterali a nessuno.
Alexander
Langer e Claudia
Roth: il “segreto” dei Grünen.
Voglio concludere, leggendovi alcuni passi di uno
degli ultimi testi di Alexander Langer,
poche settimane prima di morire il 3 luglio 1995. In quella
primavera del 1995 Alex ha intervistato,
per i Verdi italiani, Claudia Roth, ancor oggi
co-portavoce dei Verdi tedeschi.
Alex
parla della “traversata nel deserto” dei Grünen,
che dal 1990 al 1994, per loro gravi errori all’epoca della riunificazione
tedesca, erano rimasti esclusi dal Bundestag e che nel 1995 non solo erano rientrati nel Parlamento
tedesco, ma si stavano preparando alla possibile alleanza di Governo, che
si realizzò tre anni dopo, con la SPD di Schröder,
nel cui Governo di coalizione Joschka
Fischer divenne Vice-Cancelliere e Ministro degli
Esteri. Ascoltate la domanda di Alex e la risposta di Claudia
Roth.
«Langer:
Molti di voi, anche tu stessa, hanno una tradizione piuttosto radicale,
più di opposizione e di critica fondamentale che
di partecipazione alla gestione di qualcosa. Ed oggi siete forza di governo in molti posti e forse siete
in procinto di andare in tempi non lontani al governo della prima potenza
europea! Cosa succede in Germania? I Verdi hanno
attraversato felicemente il loro deserto e stanno obbligando tutti ad una
specie di terra promessa della correzione, se non proprio
conversione ecologica?
Roth:
Il segreto del nostro successo sta soprattutto nella capacità, finalmente
consolidata, di mettere insieme radici così diverse e molteplici, e farle
davvero coesistere fruttuosamente. Siamo una coalizione
in cui trovi la contadina e la femminista, il sindacalista e l’ecologista
anti-industriale, i militanti dei diritti civili
e promotori dei diritti omosessuali come alcune delle frange più impegnate
delle chiese protestanti e cattoliche. Abbiamo imparato a rispettare le
nostre differenze più che combatterle, e ci sentiamo responsabilmente parte
di un progetto comune. L’ecologia da noi non viene vista come “settore ambiente”: forse questo ci ha risparmiato
la sorte dei Verdi francesi. Abbiamo impiegato del tempo per smaltire le
ripercussioni della caduta del muro che ci ha obbligato ad allargare i nostri
orizzonti. Così abbiamo anche imparato ad essere meno
pretenziosi nei confronti degli altri Verdi d’Europa cui magari credevamo
di impartire lezioni.» (cfr. “La Via Verde”, Passigli
editore, Firenze 1995, pp.111–113).
La
nostra “traversata del deserto”.
Ora iniziamo anche noi la nostra “traversata del deserto” e ci piacerebbe
poter dire, tra cinque anni, come Claudia Roth
nel 1995: “Oggi gli elettori sanno bene cosa vuol dire una politica con
i Verdi e cosa ne è quando invece i Verdi mancano. I sintomi di
astinenza si sono chiaramente sentiti tra il 1990 e il 1994, e nessuno
vorrebbe più fare a meno di noi”.
Personalmente
ho dedicato quasi metà della mia vita ai Verdi: oltre un quarto di secolo,
dai primissimi anni 80! Non ho mai abbandonato il mio impegno con i Verdi
anche quando sono rimasto fuori dal Parlamento
e ho sempre continuato a lavorare con i Verdi nella mia regione, il Trentino,
in stretto rapporto con i Verdi sudtirolesi, come
sto facendo anche in questi giorni, preparando – e non è facile in questo
contesto politico e in questo discredito nella società civile – le elezioni
regionali e provinciali del prossimo 26 ottobre, dopo le quali già da un
anno ho preannunciato le mie dimissioni, per promuovere un ricambio generazionale
e mi auguro anche un ricambio di genere.
Una
fase di transizione, non una riverniciatura di
facciata. Anche
se avevo fatto altri programmi per la mia vita personale e familiare – avendo
speso una quantità enorme di energie nell’impegno
politico e istituzionale di questi anni –, mi sono dichiarato disponibile,
a chi, da più parti, me l’ha chiesto in queste settimane, a dare ancora
una mano (ma anche la mente e il cuore) ai Verdi, se si creano da subito
le condizioni per “un nuovo inizio”.
Non sono disponibile
– l’avete capito fin dalle prime parole di questo mio intervento, che ho
voluto integralmente scrivere questa notte per non essere equivocato – ripeto:
non sono disponibile a una riverniciatura di facciata,
a un cambiare tutto perché non cambi nulla, a un nuovo assemblaggio correntizio
o di piccoli gruppi di piccolo, fatuo potere.
A questo – chiamatelo gattopardismo, chiamatelo
opportunismo, chiamatelo trasformismo, chiamatelo come volete, ma avete
capito perfettamente cosa intendo dire –, a tutto questo non sono
in alcun modo disponibile, perché sarebbe il modo più ipocrita per decretare
la fine definitiva dei Verdi italiani senza neppure dirlo.
L’etica
della responsabilità e il “principio speranza” per un nuovo inizio dei Verdi.
È morto nel dopoguerra il piccolo–grande Partito
d’Azione, che era il partito di mio padre, laico non–credente,
e di mia madre, cattolica, ma laica anche lei.
È morta nel 1976 Lotta Continua, che era la formazione extra-parlamentare,
di cui avevo fatto parte nei miei anni giovanili.
Se da subito si
gira pagina, consensualmente, con l’etica della responsabilità di Max Weber,
con il “principio speranza” di Ernst Bloch, con la volontà di chiudere
con gli aspetti più deteriori del passato, io ci sarò e lavorerò ancora
con voi e per voi.
In caso contrario,
una parte di voi si prenderà una diversa e ben più terribile responsabilità,
dichiarando di fatto la morte dei Verdi per incapacità
o non volontà di reale cambiamento.
Poi, come sempre
succede in questi casi in cui il tragico si mischia col patetico, ci sarà
qualche strascico organizzativo, qualche conseguenza
finanziaria, magari anche qualche causa di lavoro. Ma i Verdi saranno morti e solo Gesù
Cristo è in grado di resuscitare i morti (per la verità l’ha fatto una volta
sola, con Lazzaro), gli umani no. Sta a voi decidere.
Non so ancora se sia un buon giorno.
Marco
Boato