Il sottoscritto
chiede di interpellare il Ministro degli affari esteri, il Ministro
del lavoro e della previdenza sociale e il Ministro della solidarietà sociale,
per sapere - premesso che:
nel
gennaio del 1947, la Birmania ha conquistato l’indipendenza. Dal 1962, a
seguito di un colpo di stato del generale Ne Win,
si è instaurato un regime di stampo socialista, guidato da un “Consiglio
rivoluzionario” di generali dell'esercito. Nel 1988, un altro colpo di stato
delle forze armate ha dato vita ad un regime militare che ha come presidente
e primo ministro il generale Saw Maung. Successivamente
la Birmania assume la denominazione ufficiale di “Myanmar”. Le elezioni
politiche indette nel maggio 1990, che avrebbero dovuto legittimare il governo
militare, hanno visto la vittoria schiacciante della Lega Nazionale per
la Democrazia (NLD), il partito di Aung San Suu
Kyi, Premio Nobel per la pace nel 1991 e figlia di Aung San, padre della
Birmania indipendente. La giunta militare non ha riconosciuto il risultato
elettorale, iniziando una feroce politica di repressione nei confronti degli
oppositori politici (Amnesty International per il 2006 denuncia 1.185 prigionieri
politici). Il partito NLD è stato messo fuori legge e Aung San Suu Kyi, dopo alcuni brevi periodi
di libertà, ancora oggi si trova agli arresti domiciliari. In questi
anni poco è cambiato e, nonostante l’embargo dell’Unione europea sul materiale
bellico per il Myanmar deciso nel 1988 e confermato nel 2002 e nel 2006,
il Consiglio di Stato per la pace e lo sviluppo (SPDC) alla guida del paese
non ha compiuto passi significativi verso la democrazia;
nel
giugno del 2000, con l’88ª sessione, la Conferenza generale dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro (OIL) ha approvato una risoluzione che invita
i governi, gli imprenditori e i sindacati a rivedere i loro rapporti con
il Myanmar e ad adottare tutte le misure necessarie per evitare che il Paese
membro possa trarre profitto da questi rapporti per perpetuare o sviluppare
il sistema del lavoro forzato. Negli anni successivi, l’OIL ha riaffermato
e sostenuto la stessa linea d’intervento e le stesse misure nei confronti
del governo birmano e anche di recente, nel marzo 2007 durante la 298ª sessione
del Consiglio Direttivo dell’OIL, la questione dell’osservanza da parte
del Myanmar della Convenzione n. 29 del 1930 sul lavoro forzato è stato
oggetto di discussione e di dibattito;
nel
maggio 2007, le organizzazioni Cisl, Legambiente, WWF e Greenpeace hanno
promosso la “Campagna Birmania” e lanciato un appello per la liberazione
di Aung San Suu Kyi e per la difesa dei diritti umani, sindacali, della
democrazia, dell’ambiente di questo paese dove “centinaia di migliaia di
uomini, donne e bambini sono tutt’ora costretti al lavoro forzato, da parte
sia dei militari, sia delle autorità locali, e sono spesso obbligati alle
deportazioni forzate, mentre sono comuni la detenzione e le esecuzioni,
torture, stupri, utilizzati come mezzo di potere”. L’appello è rivolto,
in particolare “alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con
la Birmania e alle multinazionali impegnate nel settore forestale, petrolifero,
del gas e minerario, nei progetti di costruzione di dighe ed infrastrutture
- che comportano ingenti profitti per il regime, la violazione dei diritti
umani, sindacali, ambientali -” affinché provvedano a
“sospendere i loro rapporti con questo paese, per non contribuire a rafforzare
il potere della giunta, che continua ad utilizzare il lavoro forzato e la
devastazione ambientale come fonte di potere”;
il
21 giugno 2007, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla
Birmania, la 14ª dal 2000 ad oggi, che “condanna la repressione incessante
e la persecuzione continua perpetrata dall’SPDC nei confronti del popolo
birmano” e “invita le industrie che investono in Birmania ad assicurare
che i loro progetti siano realizzati nel rispetto dei diritti umani effettivi
e, in caso di abuso di tali diritti, a sospendere l’attività nel paese;
esprime il proprio disappunto dinanzi al fatto che taluni paesi abbiano
ritenuto opportuno aumentare sostanzialmente gli investimenti in Birmania,
nonostante la disastrosa situazione dei diritti umani nel paese”;
il
19 luglio 2007, il Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa
(Cicr), Jacob Kellenberger, ha denunciato, attraverso diverse agenzie di
stampa, gravi violazioni dei diritti umani nell’ex Birmania e in particolare
ha fatto riferimento al lavoro forzato a cui migliaia di detenuti sono costretti
dalle forze armate birmane. Inoltre il Myanmar dalla fine del 2005 ha vietato
al Cicr le visite indipendenti nelle carceri, limitando così l’apporto determinante
delle organizzazioni umanitarie negli istituti di pena;
Amnesty
International, nel rapporto annuale 2007, riporta notizie allarmanti
sul Myanmar e denuncia che per il 2006 “ la situazione dei diritti umani
si è deteriorata nel corso dell’anno, con l’intensificarsi della repressione
messa in atto in tutto il Paese dalle autorità nei confronti sia dell’opposizione
armata sia degli oppositori politici pacifici. Il Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite ha inserito il Myanmar nella propria agenda. Violazioni
diffuse e sistematiche delle norme internazionali sui diritti umani e del
diritto internazionale umanitario, equiparabili a possibili a crimini contro
l’umanità, sono state perpetrate nel corso di operazioni
militari nello Stato del Kayin e nella divisione di Bago. Mentre le autorità
continuavano a lavorare a una bozza per una nuova Costituzione, attivisti venivano
sottoposti a pressioni al fine di far loro abbandonare il proprio ruolo
all’interno dei partiti politici. Decine di arresti
di persone impegnate in attività politiche pacifiche sono continuati durante
tutto l’anno così come quelli di persone impegnate in altre attività non
violente nel contesto del loro esercizio delle libertà di espressione e
di associazione. A fine anno, la maggior parte delle figure di primo piano dell’opposizione
erano state imprigionate o detenute in via amministrativa, mentre più di
altri 1.185 prigionieri politici continuavano a essere detenuti in condizioni
carcerarie sempre peggiori. Sono state almeno due le persone condannate
a morte”. Nel rapporto di Amnesty International
è, inoltre, dedicato un capitolo alla diffusa pratica del lavoro forzato
che impone ai prigionieri “di fare da portantini per l’esercito, e gli stessi
sarebbero stati sottoposti a torture e ad altre forme di maltrattamenti”;
nella
puntata di domenica 8 luglio 2007 del programma televisivo “Alle falde del
Kilimangiaro” trasmesso su Rai Tre, la vicepresidente del partito LND, Daw
San San, in esilio in Thailandia, durante un’intervista ha ribadito e confermato
la drammatica situazione politica, sociale e lavorativa della popolazione
birmana che per il 30%, circa 15 milioni di persone, vive sotto la soglia
di povertà ed è vittima di spaventosi abusi e di inaudite violenze da parte
della giunta militare. A tale denuncia Daw San San
ha aggiunto un serio invito a tutti i turisti affinché non si rechino in
Myanmar, per evitare di fornire con i proventi del turismo un’ulteriore
fonte di profitto economico e di rafforzamento politico del regime - :
quale
siano le valutazioni del Governo sui fatti sopra esposti e quali misure
intenda adottare a livello comunitario ed internazionale per la difesa dei
diritti umani e sindacali in Myanmar, a sostegno della piena applicazione
della risoluzione OIL del giugno 2000 e delle successive risoluzioni del
Parlamento europeo.
BOATO