OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO DI AVERSA
Interpellanza presentata da Marco Boato
gli
Istituti cui viene demandata l’esecuzione della misure di sicurezza per
i malati di mente, sono gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) e le
Case di Cura e Custodia (CCC);
attualmente gli OPG attivi sono sei,
di cui cinque (Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Aversa, Napoli, Barcellona
Pozzo di Gotto) a diretta gestione dell’Amministrazione Penitenziaria ed
uno, Castiglione delle Stiviere, viene amministrato sulla base di una convenzione
tra Ministero della Giustizia e azienda
ospedaliera;
nei sei centri sono reclusi 1057
internati – mentre erano circa 1500 nel 1979 e 1807 nel 1983 - senza alcun effettivo esame dei casi di reale
pericolosità che, in realtà, dovrebbero essere valutati, ai fini decisionali
in ordine all’internamento, come indicato dalle sentenze della Corte Costituzionale
n.253 del 2003 e n.367 del 2004; vi è dunque una tendenza, che è legittimo
definire positiva, che comporta la riduzione anziché l’espansione degli
internati negli OPG;
in particolare la sentenza n. 253 del 2003 ha dichiarato la illegittimità
costituzionale dell’art. 222 C.p, “nella parte in cui non consente al giudice
(...) di adottare, in luogo del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario,
una diversa misura di sicurezza prevista dalla legge, idonea ad assicurare
adeguate cure dell’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità
sociale”;
la sentenza n. 367 del 2004 riconosce e circoscrive la opportunità di scelta
fra internamento e affidamento esterno ai servizi, per le misure di cui
all’art.206 del C.p;
le diverse posizioni giuridiche degli internati evidenziano una condizione
nella quale, al di fuori dell’Ospedale psichiatrico giudiziario, appare
generalmente assente una assunzione di responsabilità da parte delle strutture
sanitarie competenti che incide in particolare su coloro – pari a quasi
il settanta per cento del totale - che sono reclusi negli OPG perché (art. 222 del Codice penale) prosciolti
per vizio totale di mente e dichiarati socialmente pericolosi;
ad oggi le persone che sono recluse negli OPG, pur non essendo sottoposte a misura di sicurezza definitive,
sono identificabili:
- “nei soggetti in osservazione psichiatrica con condanne definitive o con
processi in corso” ;
- in coloro a cui sono “applicate
le misure di sicurezza di cui all’art.206 del C.p”;
- nei “ricoveri ex art.148 C.p o art.212 C.p di chi si trova in esecuzione
di pena o di misura di sicurezza detentiva (contro soggetti imputabili)
cui sia sopravvenuta una infermità mentale”, come illustrato nel documento
di lavoro redatto dal gruppo di lavoro che nel 2006 si è formato per iniziativa
del Comune di Montelupo Fiorentino, della Regione Toscana,della Provincia
di Firenze e del Forum nazionale per il diritto alla salute in carcere;
complessivamente,
in riferimento ai sei OPG, appaiono evidenti condizioni di assoluto degrado,
di assenza di una efficace assistenza terapeutica, con un forte ricorso
alla somministrazione di psicofarmaci, o di programmi di trattamento e di
riabilitazione socio-psichiatrica finalizzati alla revoca della misura di
sicurezza, di sostanziale inesistenza di protocolli e modalità di collaborazione
fra l ’OPG e i dipartimenti di salute mentale presso
le Asl competenti sul territorio;
la relazione finale del Gruppo di lavoro, incaricato nel 2004 dalla Commissione
interministeriale Giustizia-Salute sulla sanità penitenziaria di approfondire
il tema nei sei istituti psichiatrici italiani di detenzione, ebbe modo
di evidenziare la necessità di superare l’attuale assetto “attraverso la
realizzazione di un sistema integrato di psichiatria penitenziaria”;
la inattuata chiusura degli OPG, all’ordine del giorno sin dall’approvazione
della legge 180 del 1978 che ha abolito gli ospedali psichiatrici, il cui
superamento è previsto dal decreto legislativo 230 del 1999, ha inoltre
determinato una perdurante mancanza di politica manutentiva degli Istituti,
alcuni dei quali ormai vetusti; tutto ciò ha causato un lento ma inesorabile
degrado delle strutture che, nel tempo, ha comportato una progressiva chiusura
di alcuni reparti a discapito della capienza e dell’abitabilità;
una recente inchiesta del Corriere della Sera, pubblicata il 18 aprile 2007
con il titolo “Suicidi e Aids, i ‘matti’ dimenticati”, firmata dal giornalista
Fulvio Buffi, ha riguardato la situazione dell’Ospedale pischiatrico giudiziario
di Aversa che, insieme all’O.P.G. di Napoli, ospita il quaranta per cento
degli internati sul territorio nazionale;
attualmente nell’ OPG. di Aversa sono reclusi trecento persone rispetto
al livello massimo che dovrebbe essere di centosettanta;
in particolare, emerge dall’inchiesta la valutazione del direttore dell’OPG.
di Aversa, Adolfo Ferraro, secondo il quale il sessanta per cento degli
internati nel centro potrebbe uscire “se ci fossero fuori strutture adatte
ad accoglierli e curarli”; strutture che, si afferma nell’inchiesta, o appaiono
inesistenti o, nel caso delle Asl competenti, del tutto assenti, giacché
le loro valutazioni sono espresse sulla base dei presunti maggiori costi
di assistenza per ogni assistito rispetto a quelli sostenuti nella condizione
di internato: “un recluso in Opg costa 600 euro all’anno, fuori ne costerebbe
ventimila. E così pure a pena scontata, spesso al giudice di sorveglianza
non resta altro che applicare la proroga della reclusione. Lo chiamano ergastolo
bianco, nessuno sa quando finirà”;
il 19 aprile sul Corriere della Sera il dottor Marco D’Alema, consigliere
del Ministro della salute Livia Turco, ha affermato che in collaborazione
con il comitato tecnico delle Regioni, il Ministero della salute ha in esame
scelte e indirizzi il cui obiettivo sia il superamento degli OPG. in tre
fasi:
- la prima fase “è attuare un programma di uscita dei detenuti negli ospedali
psichiatrici giudiziari che sono lì da tanto tempo e senza più una valida
ragione. Il Ministero della salute sosterrà economicamente questa prima
fase, prevediamo di inserire la copertura nella prossima Finanziaria. L’uscita
di queste persone dagli OPG. ridurrà i 1200 detenuti negli ospedali giudiziari
di un terzo”;
- la seconda fase richiede “la piena attuazione del decreto legislativo
del 1999 sul riordino della medicina penitenziaria che prevede il progressivo
e finora non attuato affidamento al servizio sanitario nazionale della tutela
della salute dei detenuti. In questo modo i casi più lievi di persone che
si ammalano in carcere o sono in attesa di giudizio non verranno più dirottati
agli OPG. Si tratta di un altro quarto del totale”;
- la terza fase consiste nella “regionalizzazione degli OPG, che devono
diventare strutture piccole a carattere prettamente sanitario, dove l’elemento
penitenziario viene ridotto al minimo, e dove saranno ricoverati solo i
casi più gravi. La chiusura definitiva sarà però possibile solo modificando
il codice penale”;
anche
di tali modifiche si occupa la Commissione di studio per la riforma del
codice penale, che si è insediata il 27 luglio 2006 al Ministero della giustizia,
presieduta dal professor Giuliano Pisapia;
il 20 aprile sempre Il Corriere della Sera, in riferimento all’inchiesta
sopra citata, ha pubblicato una lettera congiunta del Ministro della giustizia Clemente Mastella e del Ministro della salute
Livia Turco, nella quale i ministri affermano che:
-“il problema delle condizioni e del ruolo degli Ospedali psichiatrici giudiziari
è oggetto di una seria riflessione da parte dei nostri uffici per riuscire
a realizzare, al più presto, iniziative adeguate ad affrontare una situazione
che è grave, sotto molti profili, ormai da lungo tempo”;
-“il primo e più
urgente passaggio – sostengono i ministri nella loro nota congiunta - è costituito
dalla piena attuazione del decreto legislativo 230 del 1999 che prevede
il trasferimento integrale delle competenze in materia sanitaria, ora assolte
dall’Amministrazione penitenziaria, al Servizio sanitario nazionale e alle
Regioni. In questo senso, concordiamo sulla necessità di accelerare, d’intesa
con le Regioni, tutte le procedure utili allo scopo. A nostro giudizio si
impone, inoltre, una verifica rapida e puntuale della validità dei criteri
che, per una quota degli attuali internati, determinano la permanenza negli
Ospedali psichiatrici giudiziari”;
-“appare, infine,
indispensabile affrontare la questione centrale dell’imputabilità degli
autori di reato, che forma oggetto delle direttive, di prossima presentazione,
da parte della Commissione per la riforma del Codice penale insediata presso
il Ministero della giustizia”;
la associazione Antigone, che istituzionalmente dedica le proprie iniziative
al sistema penitenziario, nel suo ultimo rapporto online sugli ospedali
psichiatrici giudiziari, pubblicato sul sito della associazione, dichiara
che:
- presso l’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa “il 40 per cento
degli internati è in regime di proroga. Il 60 per cento di questi è in tale
status soltanto perché non vi è nessuno (famiglia, Asl, associazioni di
volontariato) disposto ad accogliergli una volta dimessi;
- le strutture
dell’ Ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli – Sant’Eframo, in cui
i reclusi sono prevalentemente internati, furono giudicate negativamente
e inadeguate alla tipologia dell’istituto già nel 2004 dalla Commissione
parlamentari sulle carceri;
- l’Ospedale psichiatrico
giudiziario di Reggio Emilia evidenzia analoghe condizioni di sovraffollamento;
- l’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino presenta pesanti
condizioni di lavoro nella gestione del trattamento, sia in termini di personale
che per la situazione generale della struttura, nonostante il dimezzamento
della capienza a causa dei lavori di ristrutturazione;
tale insieme di valutazioni e di dati obiettivi conferma come l’esistenza
degli Ospedali psichiatrici giudiziari incida su fondamentali questioni
della psichiatria e del diritto, al di là della condivisione o meno di ogni
associazione tra malattia mentale e pericolosità sociale, la cui insussistenza
è stata l’indicazione propositiva, e in questo senso
“provocatoria”, contenuta nella legge 180;
nella XIII legislatura, la proposta di legge a prima firma dell’on. Franco
Corleone (AC 150) e quella proposta dalla Regione Toscana hanno affrontato,
coerentemente, alcuni fra i punti critici che interessano il rapporto fra
il concetto di ‘pericolosità sociale’ e l’applicazione di misure di sicurezza. In particolare, sotto questo profilo, la nozione
di non imputabilità (pdl proposta dalla regione Toscana) o imputabilità del malato di mente (proposta
Corleone) autore di reati con la previsione di trattamento penale differenziato
in carcere o applicazione di misure alternative al carcere; due profili
che contestualmente, seppure con ipotesi differenti, hanno avuto come obiettivo
l’applicazione di misure di sostegno in luogo degli attuali OPG;
nel 1997 l’allora direttore dell’amministrazione penitenziaria, dottor Michele
Coiro osservò che “il sistema deve
cambiare radicalmente. Se il carcere deve servire a risocializzare e la
riforma psichiatrica ci ha insegnato che l’istituto non cura, il malato
di mente deve avere diritto alla pena”;
la Commissione Pisapia per la riforma del Codice penale è orientata, secondo quanto riportato
dagli organi di stampa, all’unanimità dei propri componenti a favore dell’eliminazione
delle misure di sicurezza per le persone non imputabili, la essenziale previsione della applicabilità delle misure
di sostegno non oltre l’entità della pena – contro, appunto, la incivile
possibilità di misure di sicurezza che possono essere prorogate senza limiti
- la valutazione periodica dell’efficacia dei protocolli
terapeutici, il mantenimento di strutture sanitarie specifiche nei casi
in cui sia impossibile prescindere da un controllo quotidiano;
il Gruppo di lavoro, sopra citato, istituito per iniziativa del Comune di
Montelupo Fiorentino, della Regione Toscana, della Provincia di Firenze
e del Forum nazionale per il diritto alla salute in carcere, in tale prospettiva,
ha proposto la definizione di un Progetto nazionale che “dovrebbe stabilire
modi e tempi per l’assegnazione dei ristretti negli OPG attuali alle Regioni
e, dunque, ai territori di provenienza, le tipologie differenziate delle
strutture e dei servizi da attivare in ogni Regione per la cura e la custodia,
le competenze, le responsabilità e le forme di collaborazione da attivare
tra il sistema penitenziartio e il sistema sanitario a livello nazionale,
regionale e locale, i provvedimenti per il trasferimento del personale sanitario
nei ruoli sanitari delle Regioni interessate, la quantificazione delle risorse
finanziarie in conto capitale e in conto gestione di pertinenza sia del
sistema penitenziario che del sistema sanitario.
“E’ evidente –si afferma nella proposta-che per realizzare il Progetto obiettivo
con certezza e con continuità è necessario che i due sistemi, sanitario
e penitenziario, diano luogo, a tutti i livelli, ad una struttura organizzativa
specifica, dotata di competenze e di personale dedicato. E’ ipotizzabile
all’interno del DAP un’autonoma organizzazione che si occupi dell’OPG in
maniera continua, in grado di agire con autonomia di risorse e di organizzazione.
Cosa analoga si pone per il Ministero della salute. Il potenziamento dei
Servizi psichiatrici del territorio, il loro collegamento con la rete delle
strutture e dei servizi sociali, tutti strumenti necessari per abbreviare
i percorsi di internamento e agire per il recupero sociale dei malati di mente,
non può essere lasciato –(sostengono i promotori il documento e condivide
l’interpellante, ndr)- alla singola realtà locale, territoriale o regionale,
ma deve trovare nel Ministero della salute una Sezione di lavoro che faccia
da riferimento e da cerniera tra il livello centrale e il sistema regionale
e che sia in grado di elaborare politiche e protocolli normativi di rapporto
tra gli OPG e le ASL, insieme a strumenti e sistemi di controllo”-:
quali
siano le valutazioni ed i dati ulteriori che il Governo ritiene essenziali
ai fini di una piena considerazione dei problemi e dei dati esposti in premessa
e, conseguentemente, degli indirizzi giuridici e legislativi da assumere,
nei tempi e in coordinamento delle diverse responsabilità e soggetti istituzionali
interessati;
quali misure amministrative i rispettivi Ministri intendano assumere, per
quanto di loro competenza, in tempi immediati, anche in rapporto con il
Comitato tecnico delle Regioni, per affrontare le condizioni di insostenibile
degrado, di repressiva segregazione anche laddove immotivata da diagnosi
psichiatrica, di abbandono civile ed etico, cui sono sottoposti gli internati
nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa e, secondo i rispettivi
dati, negli altri OPG;
quali indirizzi il Ministro della giustizia intenda assumere o confermare,
in riferimento ai lavori della Commissione Pisapia, in ordine agli articoli
del Codice penale che interessano l’adozione delle misure di sicurezza per
i malati di mente, in conformità con le sentenze della Corte Costituzionale;
nella prospettiva di riordino della medicina penitenziaria, in coerenza
con il passaggio al Servizio sanitario pubblico stabilito all’art.5 della
legge delega 30 novembre 1998 e nel decreto delegato del 22 giugno 1999,
quali orientamenti il Governo intenda esprimere, per quanto di propria competenza, in ordine alla definizione di un
Progetto Obiettivo del Ministero della salute e ad un Piano Esecutivo di
Azione (PEA) dell’Amministrazione penitenziaria, come proposto dal Gruppo
di lavoro, già citato in premessa -istituito per iniziativa del Comune di
Montelupo Fiorentino, della Regione Toscana e della Provincia di Firenze-
e, conseguentemente, se il Governo condivida l’obiettivo di “predisporre
ed attuare un progetto nazionale
concordato “in sede di Commissione Stato-Regioni, tra il Ministero della
giustizia, il Ministero della salute e le Regioni italiane, previa consultazione
con le Organizzazioni sindacali confederali e con le maggiori Associazioni
del Volontariato e del Terzo settore”.
Marco
BOATO