Trento,
3 giugno 2007
INTERMINABILE NOVECENTO
di Marco Boato pubblicato su il Corriere del Trentino di domenica,
3 giugno 2007
Ha fatto
bene Simone Casalini ad aprire una riflessione
così vasta e multi-dimensionale (oltre che inter-disciplinare)
sulle pagine del “Corriere del Trentino”, affrontando le questioni più
salienti del Novecento da diversi punti di vista scientifici e culturali
e anche con una radicale differenza di approcci politici.
Ci sarebbe materia
in abbondanza per discutere a lungo, uscendo da schemi predefiniti e anche
da ruoli personali precostituiti, intrecciando i percorsi culturali, le
scansioni storiografiche, le esperienze generazionali, mettendo in rapporto
anche la realtà locale con la dimensione globale.
Ma
poiché, ovviamente, lo spazio disponibile è quello di una riflessione giornalistica,
lo farò in modo necessariamente schematico e “per punti”.
1.
La biografia personale e la storia. Essendo nato a metà del 1944, sento
sempre un moto d'angoscia pensando che, mentre venivo alla luce, la mia Venezia (come Trento, del resto) era
occupata dai nazisti tedeschi e dai fascisti italiani, la piccola casa dei
miei genitori era utilizzata per riunioni clandestine di “Giustizia e libertà”
(Partito d'Azione), nel minuscolo magazzino domestico (a pochi metri da
Piazza S. Marco) era nascosto un partigiano... Scoprii nei primissimi anni
della mia infanzia e adolescenza
cos'erano stati i campi di sterminio, Auschwitz
e non solo, e tutti gli altri orrori della seconda guerra mondiale, culminata
con le bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki.
Ma da un vecchio zio, che ne aveva preso parte
con gli alpini, sentii anche i racconti della prima guerra mondiale, di
cui avrei poi trovato innumerevoli vestigia in Trentino (e non solo). La
mia vicenda personale (come quella di tanti altri della mia generazione,
o anche più anziani) attraversa dunque tutta la
seconda metà del Novecento: dalla seconda guerra mondiale alla guerra fredda,
dalla Chiesa “assediata” di Pio XII alla Chiesa
dialogante e misericordiosa di Giovanni XXIII
e del Concilio ecumenico Vaticano II, dal genocidio
degli ebrei (ma anche dai gulag sovietici) al genocidio in Ruanda e alla
tragedia bosniaca, dalla liberatoria caduta del muro di Berlino del 1989
alla implosione di nuovi conflitti e di nuovi genocidi, dalla crisi delle
ideologie politiche tradizionali alla irruzione della questione ecologica
e dei “limiti dello sviluppo”, dall'inizio degli anni '70
fino al dramma ormai evidente a tutti dei cambiamenti climatici e del riscaldamento
globale del pianeta, sul quale incombono immense catastrofi ambientali.
2.
“Secolo breve” o secolo lunghissimo? Conosco
la fortuna storiografica del “Secolo breve” di Hobsbawm, ma mi viene, all'opposto, di pensare che davvero
il Novecento sia stato un secolo lungo, lunghissimo, interminabile, che
si è dipanato – più di qualunque altro periodo storico – teatro di
innumerevoli eventi concatenati e intrecciati tra di loro.
Pensiamo alle guerre mondiali, ai genocidi (a cominciare da quello più dimenticato,
quello armeno, cui si ispirò Hitler stesso per
lo sterminio ebraico), ai regimi totalitari (fascisti e comunisti), alla
bomba atomica, al colonialismo e all'imperialismo, alla guerra fredda. Ma
pensiamo anche alla vittoria anti-nazista e anti-fascista, alla progressiva
caduta dei regimi totalitari, alla immensa de-colonizzazione
fino alla caduta dell'apartheid in Sudafrica (continente tuttora teatro
di immani tragedie e ingiustizie ed emblematico del divario nord-sud del
pianeta).
E pensiamo inoltre ai grandi movimenti collettivi degli anni '60 e '70, da quelli studenteschi
e operai fino al grande movimento di liberazione della donna, che ha lasciato
segni profondi nel tessuto connettivo delle società contemporanee. Pensiamo
alla inesauribile vicenda della Chiesa cattolica, passata dalla
crociata antimodernista dell'inizio del '900 fino alla straordinaria apertura
e al grande rinnovamento del pontificato di Giovanni XXIII e del Concilio ecumenico Vaticano II
(rispetto a cui ha fatto bene Andrea Zanotti a
ricordare il ruolo del vescovo Gottardi a Trento).
3.
Democrazia politica, movimenti collettivi e globalizzazione. Immense sono le contraddizioni del mondo
contemporaneo – sul piano economico, sociale, ambientale e politico -, ma
dobbiamo analizzarle, per quanto riguarda il Novecento, a partire da quali
erano i livelli della democrazia politica all'inizio del secolo, attraverso
la terribile esperienza dei regimi totalitari, fino alla costruzione dell'Europa
economica e politica a partire dagli anni '50.
Una prima metà del secolo di guerra, devastazione, dittature e morte; una
seconda metà del secolo in cui si è diffusa e faticosamente allargata la
democrazia politica, in cui hanno assunto centralità crescente i diritti
civili e umani, e in cui hanno avuto un ruolo importante i movimenti collettivi:
degli studenti, degli operai, delle donne, per la pace, per l'ambiente.
Non c'è dubbio che il '68 (fenomeno italiano,
europeo e per molti aspetti anche mondiale) abbia segnato una svolta epocale,
mentre il '77 è stato una vicenda esclusivamente italiana.
Ma anche l'esperienza di quel grande movimento collettivo va analizzata
e interpretata (a differenza di Toni Negri) tanto rispetto alla società
e alle sue trasformazioni, quanto rispetto alle istituzioni. Basti pensare,
per quanto riguarda l'Italia, a ciò che è avvenuto negli anni seguenti sotto
la spinta di quell'importante processo
di modernizzazione: statuto dei diritti dei lavoratori, divorzio, voto ai
diciottenni, riconoscimento dell'obiezione di coscienza, referendum, nuovo
diritto di famiglia, uscita dell'aborto dalla clandestinità, nuovi processi
democratici nella Polizia e nelle forze armate, riforma penitenziaria, chiusura
degli ospedali psichiatrici, per citare solo gli aspetti più importanti
di questa “onda lunga” del '68, che è durata un
intero decennio.
E' stato, purtroppo, anche il decennio della strategia della tensione e
delle stragi, del terrorismo di destra e di sinistra, delle manovre eversive
anche all'interno degli apparati dello Stato. Ma,
alla fine, è prevalsa la democrazia politica, sono prevalsi i movimenti
collettivi nonviolenti, ed è stata sconfitta la logica del terrore e della
morte, con le ideologie che l'hanno accompagnata.
4.
Trento, Italia, Europa. L'analisi di Toni Negri mi è parsa (oggi come
allora, del resto) radicalmente sbagliata e miope sia rispetto a ciò che ha rappresentato Trento nel fenomeno
italiano ed europeo del '68, sia rispetto alle
esperienze di Venezia e Padova (che ho conosciuto molto bene, anche direttamente).
Il movimento di Trento seppe rapportarsi alle elaborazioni culturali più
aperte e avanzate sia a livello europeo, sia in rapporto agli USA, e seppe
anche essere attento ai primi processi di liberazione nell'Est europeo,
allora ancora sotto la “sovranità limitata” sovietica (così fece anche Rudi
Dutschke in Germania, prima dell'attentato che subì a Berlino).
E il movimento di Trento ebbe anche un rapporto
più diretto col movimento operaio, che in altre realtà fu assai più difficile
e contestato. Non è un caso che Trento non ha mai conosciuto il fenomeno
del terrorismo (le Brigate Rosse nacquero a Milano e non raggiunsero mai
Trento), mentre purtroppo tanto Venezia quanto Padova sono
state insanguinate sia dal terrorismo, sia dalla violenza politica di Autonomia
operaia (erede di Potere Operaio).
Ma non si può comunque ridurre l'analisi del Novecento e della sua complessità
al solo fenomeno del '68, che pure ne rappresentò
sicuramente un punto di svolta. Attraverso le voci di Gian Enrico Rusconi (che a Trento ha insegnato e che a Trento ancora opera
in rapporto con la Germania), di Sergio Fabbrini (che a Trento insegna in una dimensione internazionale,
di cui è autorevole studioso, soprattutto per gli USA), di Franco Rella
(che insegna a Venezia, ma è radicato a Rovereto) e di Andrea Zanotti
(che insegna a Bologna, ma a Trento presiede l'ex-ITC,
ora Fondazione Kessler), bene hanno fatto Simone Casalini
e il “Corriere del Trentino” a mettere in luce i molteplici aspetti del
Novecento, nella sua dimensione italiana e internazionale, ma anche in rapporto
alla peculiarità trentina.
A mio parere, anche rispetto al Trentino, il Novecento non è stato affatto
un “secolo breve”, ma un secolo lunghissimo che, concluso da meno di un
decennio, ha dipanato la sua trama in un modo straordinariamente ricco e
anche drammatico e tragico. Proviamo appena ad immaginarci cos'era il Trentino
(ma anche il Tirolo di cui faceva parte, essendo esso il Südtirol di allora) all'inizio del Novecento nell'ambito dell'Impero
asburgico e cosa è diventato
attraverso la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra
mondiale e poi la lunga (e contrastata) stagione dell'Autonomia, fino ai
giorni nostri. Immersi come troppo spesso siamo nella quotidianità localistica, cerchiamo invece qualche volta di alzare gli
occhi verso la dimensione storica e la incredibile
complessità delle sue vicende. Dall'essere nel cuore delle guerre mondiali
e del totalitarismo all'essere diventati una pur piccola terra nel cuore
dell'Unione europea (fatta di 27 Stati e ancora in fase di
allargamento). Una pur piccola terra che ha saputo
essere teatro di vicende straordinarie: l'Autonomia, il rinnovamento conciliare,
il '68 e i movimenti collettivi, lo sviluppo socio-economico
e la conquista di un ruolo importante sul piano scientifico e culturale
(dall'Università all'ITC e al MART).
Una prima metà del Novecento terribile e tragica, una seconda metà difficile
e faticosa, ma all'insegna della democrazia politica e della maturazione
culturale. E' la storia del Trentino, ma anche dell'intera Europa
nel Novecento. Oggi, alle sfide di sempre (nelle istituzioni e nella società),
si è aggiunta (ma già dai primi anni '70, con
l'emergere della consapevolezza dei “limiti dello sviluppo”) la gravissima
sfida dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale
(con la scomparsa dei nostri ghiacciai e con tutto il resto che ne consegue).
Anche questa è una emergenza (forse la più difficile
di tutte) che pone il Trentino in una dimensione europea e ormai anche planetaria.
Concluso il Novecento, è questa la sfida del futuro.
Marco Boato