
FRAMMENTI
D'ITALIA
prima e dopo il Sessantotto
di Sandro Boato
Edizioni Temi, 2008, pp. 168
«Questo libro lieve è soprattutto un libro
di viaggio»
Questo
svelto volume è una raccolta di storie brevi. Il loro autore non perde troppo
tempo a commentare le cose che racconta, o a cavarne la morale. Scatta delle
istantanee, abbozza ritratti, spedisce cartoline. Lascia che le piccole
cose, le situazioni rapide, le circostanze fortuite, testimonino di se stesse
e di lui che le guarda e le trascrive, e magari del mondo più grande in
cui avvengono: affare, quest’ultimo, che compete
soprattutto al lettore. Fra gli affettuosi e discreti ritratti di persone,
colte in un gesto, una conversazione, un’andatura, qualcuno rintraccerà
nomi importanti, Giuseppe Samonà e Carlo Scarpa,
Sandro Canestrini e Nino Andreatta, Ulisse Marzatico e Francesco Borzaga, Luigi
Mattei e Paolo Sorbi, monsignor Gottardi e don Dante Clauser, e
tante altre e altri, l’ottuagenaria Nina del bosco e l’ambulante Amin. L’autore vuole bene alle persone. Lo
si capisce anche dai nomi trasparenti di quelli che a suo tempo furono
avversari strenui, e poi non lo furono più, e ora non ci sono più. Non hanno
schermo i nomi di famiglia, di madre e padre, e di Odilia
e Giulia e Matteo: presente in proprio, Matteo, coi suoi bellissimi disegni
e dipinti. Anche le città di Matteo sembrano ricordarsi
dell’acqua, e volercisi specchiare dentro.
Della
dinastia varia e ampia dei Boato, Sandro è il più
sobrio e tenacemente mite. Il più acquatico e versatile,
fino all’espressione lirica che gli è specialmente propria, in quella lingua
doppiamente poetica che si vuol chiamare dialettale. Le brevi prose
che compongono questo libro ne sono come un incunabolo e un accompagnamento.
Senza dichiarazioni né pretese, il filo delle pagine cuce in particolare
una biografia personale, una esperienza comune
e una storia cittadina.
Il tono
sommesso della voce di Sandro mi spinge, per rivalsa, a mettergli accanto
il più mirabolante dei racconti, fin nel titolo – il Milione – che,
sia pure per un equivoco fonetico, sbandiera la propria grandiosità. (C’è
un punto in cui, quasi inavvertitamente, Sandro menziona quel suo gran concittadino).
Voglio dire che questo libro lieve è soprattutto
un libro di viaggio, e chi se ne intende sa che i viaggi non si misurano
in chilometri, e che il giro del mondo può valere il periplo della propria
stanza da letto. Importa che, come Marco, Sandro sia veneziano, uomo d’acqua,
e che abbia lasciato l’acqua per la città di montagna: mari e monti,
si dice a proposito delle promesse più spettacolose. Importa che la Trento
nella quale si trasferì, poco più che un antico retroterra della Serenissima,
gli appaia nella sua estraneità favolosa di erede
di Kakania e di principato del Partito Onnipresente,
dove un Gran signor F, fatto romano, e il suo viceré locale, il signor K,
sono potenti e fulgidi come Kubilai Khan. Andare
a Trento come si va in una Cina confuciana,
questa è la avventurosa condizione iniziale. Ma le cose poi prendono una
piega imprevista nei libri di viaggio, perchè
il forestiero diventa cittadino, diventa uomo di monte e d’interno senza
smettere di essere uomo di costa e di laguna, e perchè
nell’arco, ormai non più breve, della sua vita – ma niente più che un batter
di ciglia nella storia di un luogo, per chi senta la magia dei luoghi –
la città che lo ha prima respinto cautamente, poi accolto tempestosamente,
infine diventata sua e suo lui, si è trasformata come alle città non succede,
con la velocità stessa con cui cambiano le persone nell’arco di una sola
generazione e una singola vita.
Ci sono
libri di viaggio a Roma che, attraverso i secoli, raccontano gli occhi diversi coi quali Roma è riguardata, ma
Roma è sempre lei stessa, che sia stato già costruito o abbattuto il Circo
Massimo, che al Colosseo si battano i gladiatori
o cantino i cantautori. Non so di nessun luogo, di nessuna città, che abbia come Trento piegato il tempo della propria trasformazione
al tempo vissuto di una generazione, per merito, qualcuno dirà, o per colpa
– in verità né per merito né per colpa, per il concorso un po’ consapevole,
molto di più preterintenzionale, di autorità inventrici di università e
di studenti sovvertitori, di locali e foresti. Trento, per la quale tanto
rio tempo era corso nel sangue delle trincee e nelle opposte bandiere, è
stata, ai miei occhi di visitatore saltuario e ammirato, un caso straordinario
della combinazione di geografia e storia le cui dosi
segnano il destino dei luoghi. La geografia vi si mostrava così prepotente
da sobillare, per rivalsa, la prepotenza della storia. E’ fin troppo facile
ricordare quel grande geografo che si chiamava Cesare Battisti, e che pagò
alla storia un tributo così terribile e degno. Il nome di Livia,
che ricorre così spesso e affettuosamente in queste pagine, serviva a rendere
la vicinanza di quell’ombra paterna che nei manuali
scolastici degli alunni del resto d’Italia aveva già una distanza solenne
e tetra, una fotografia antica di condannato, un Castello dal cui nome guardarsi.
La Trento
che Sandro – o Andrea, il suo nome da scrivano – trova al suo arrivo è come
riportata sotto il segno di un ordine calmo senza increspature, una
attardata e ripristinata enclave italiana di Kakania.
Le increspature, o peggio, riguardavano Bozen-Bolzano, o, dal versante meridionale, l’Italia senza
statuti provinciali speciali e sezioni speciali
di Partito Onnipresente. Si sa che nello stagno della provincia, e a maggior
ragione la più circondata e munita, una volta che il sasso sia
arrivato, si levano tempeste da spaventare gli oceani. A Trento autorità
incaute e lungimiranti (le due cose vanno insieme) ebbero l’idea di far
insegnare e studiare la sociologia. Non potevano sapere che, più che studiata
e insegnata, la sociologia si sarebbe fatta, e avrebbe
rifatto la città e i suoi abitanti antichi e nuovi. A distanza di
tanto tempo, e di tante passioni spente o assopite, la parte di ciascuno
in quel travolgente esperimento sembra più concorrere a
un amalgama che all’irriducibilità di un conflitto, ed è giusto che sia
così.
Per
chi abbia attraversato questo lungo arco di anni,
e non vivacchi di risentimenti e frustrazioni, dev’esserci la sensazione di un respiro più largo e quieto,
come di un fiume che abbia raggiunto il piano e senta vicina la sua foce.
Ma questo ritmo più largo e lento – e maestoso, e anche lutulento
– non fa dimenticare i salti e le cascate e le rapide del corso superiore,
e il loro perpetuo rinnovarsi. Le prose di Sandro seguono il corso intero,
rimettono le figure al posto che via via tennero,
e rendono loro l’onore – o, quando è inevitabile, il disonore – che si chiamerebbe
delle armi, se non fosse ora di togliere anche all’onore il peso delle armi,
e restituirlo inerme al mondo che vorremmo. E insieme,
queste pagine si sottraggono al gioco dell’oca che è di una memorialistica, esasperata dal punto d’arrivo fino a rimpiangere
il punto di partenza, e figurarsi di ricominciare da lì. Strana idea sarebbe,
e soprattutto meschina nei confronti dei tanti che non ci sono più, e non
hanno da riscrivere un cammino che è sempre e per tutti
incompiuto. Ho in mente, mentre scrivo questi appunti sulle pagine
di Sandro, la notizia ultima della morte di Gianni Endrici,
che mi sta nella memoria come un ragazzo bello e felice, un nostro fratello
minore. Del resto nessuno, leggendo questo libro, sfuggirà all’impressione
dei tanti che sono andati di là, personaggi famosi o no, la cui identità
è trasparente per noi che c’eravamo. E le ragazze e i ragazzi che leggano ignari chiedano a madri e padri, e abbiano la pazienza
di ascoltare e, dopo, di farsi un’idea loro, e riprovarci a modo loro.
Adriano
Sofri