
Italia, 2000
Il
nostro paese è ai primi posti tra le nazioni più industrializzate.
All’inizio
degli anni Novanta il suo tasso di crescita economica
era di circa l’1%. A metà decennio era salito di mezzo punto
percentuale. Alla fine del 2000 toccherà il 2,8%. Buona parte del
nord vive una condizione di pieno impiego. Al sud, una
disoccupazione
ancora molto al di sopra della media europea coesiste con notevoli tassi di
crescita in alcune zone.
A dispetto
di un quadro tutt’altro che negativo, il paese è diviso tra desiderio
di cambiamento e
incertezze per il futuro. Le privatizzazioni dello scorso decennio hanno aperto
al mercato settori fin qui protetti. L’accesso all’informazione e alla tecnologia,
in assenza del quale il mondo del lavoro è sempre meno avvicinabile,
non è ancora alla portata di tutti. Gli stili di vita cambiano molto
rapidamente, e in modo spesso tumultuoso. L’immigrazione, diventata nel giro
di pochi anni un fenomeno di massa – seppure nettamente inferiore agli altri
paesi europei – ha trasformato una società sostanzialmente stabile
in un paese dalle componenti multietniche, chiamato a elaborare quasi all’improvviso
forme di convivenza tutt’altro che scontate. La vivibilità di centri
e periferie e la salute dei cittadini si confrontano con minacce e squilibri
ambientali.
A tutte
queste preoccupazioni cercheremo di rispondere con poche, chiare idee, e col
progetto di una società aperta, che tuteli le tradizioni e accolga
le differenze. Lavoreremo per un’Italia
aperta al cambiamento, che affronti i suoi problemi e le sue paure imparando
a tollerare e a governare le incertezze di una società complessa. Per
costruire questa nuova Italia intendiamo
raggiungere in cinque anni due grandi obiettivi: una piena e buona occupazione
e una vita di qualità per gli italiani.
La
piena e buona occupazione
Trovare
un lavoro all’altezza delle proprie capacità è oggi la principale
preoccupazione degli italiani. Per questo al primo posto del nostro programma
c’è il raggiungimento di una piena e buona occupazione, che garantisca
pari opportunità agli uomini e alle donne. E’ un traguardo meno remoto
di quanto potrebbe apparire. Negli ultimi anni, infatti, il risanamento della
finanza pubblica, l'ingresso in Europa, il ridimensionamento dei grandi monopoli
pubblici e privati hanno sbloccato il nostro ambiente economico e sociale,
restituendo efficacia alla libera concorrenza. Il primo risultato di questa
trasformazione è che il milione di posti di lavoro rumorosamente promesso
dai nostri avversari l’Ulivo lo ha, silenziosamente, realizzato. Adesso dobbiamo
fare molto di più, portando in cinque anni la disoccupazione alla sua
soglia fisiologica.
Per
raggiungere questo traguardo, intendiamo agire su cinque nodi fondamentali:
1)
il fisco e lo stato sociale;
2)
la scuola;
3)
la flessibilità e i nuovi diritti dei lavoratori;
4)
l’imprenditoria e le nuove economie della conoscenza;
5)
il mezzogiorno.
1)
Un fisco più leggero e più semplice
Una
nuova cittadinanza sociale e liberi ‘piani di vita’ personali
Far
coesistere un prelievo fiscale accettabile con un sistema di garanzie che
assicuri a ogni cittadino un’adeguata base di diritti sociali è la
grande scommessa di tutte le democrazie avanzate. Questa scommessa noi possiamo
vincerla. Possiamo ridurre ulteriormente la pressione tributaria, e portare
a compimento la riforma dello stato sociale coniugando due termini a lungo
ritenuti incompatibili: libertà e sicurezza.
In cinque anni mi impegno a far
scendere il peso generale del fisco sotto il 40%: un obiettivo ambizioso,
ma realistico, e compatibile con il mantenimento dello stato sociale. In particolare,
intendo ridurre di altri cinque
punti il cosiddetto cuneo fiscale, cioè la differenza fra costo del
lavoro effettivo e salario netto percepito. Se a questi interventi
si uniranno ulteriori sgravi per le retribuzioni più basse, lavorare
diventerà una scelta più conveniente per tutti, e assumere lavoratori
– anche a basse qualifiche –
più conveniente per le imprese.
Tenendo
fisso questo obiettivo di legislatura, il mio governo cercherà di ottenere
il massimo di mobilità sociale agendo su leve finora inerti, e a torto
considerate marginali. La prima è la progressiva abolizione delle imposte
sui trasferimenti di proprietà. Poter comprare una casa, un terreno
o un’automobile senza costi aggiuntivi costituisce infatti un ausilio all’iniziativa
privata, e una seria misura in favore dei cittadini economicamente meno forti.
Il welfare deve diventare
essenzialmente uno strumento di prevenzione dai rischi e di riduzione dell’insicurezza.
E’ necessario un intervento radicale, che leghi l’assistenza pubblicaalla
riforma fiscale. Sarà alzato quindi il minimo imponibile esente, via
via più alto a seconda del carico familiare; e le attuali forme di
sostegno ai redditi andranno sostituite con un ‘dividendo sociale’, cioè
un credito d’imposta rimborsabile, collegato all’incentivazione al lavoro
o alla formazione, in modo da aiutare le famiglie bisognose a superare con
le proprie forze la soglia di povertà.
La
difesa del valore della famiglia, a partire dal fisco, è al centro
della nostra attenzione.
Parimenti
è per noi un obiettivo primario ridurre la povertà e la quantità
di famiglie che si trovano in difficoltà.
Queste
e altre misure andranno a comporre il disegno di una nuova cittadinanza sociale,
che assicuri a ciascuno servizi e prestazioni essenziali – il diritto alla
formazione, all’assistenza sanitaria, a una pensione dignitosa – lasciando
poi ai singoli la libertà di elaborare un piano personale di assicurazioni
integrativo. Ciò richiede che i diritti maturati in forme di lavoro
diverse siano equiparati, e possano essere liberamente utilizzati da ciascuno
sulla base della contribuzione assicurativa nell’arco della vita.
2)
Una scuola più importante
Libertà di scelta e certezza della qualità educativa
Tutte
le nuove economie si basano su un accrescimento continuo dell’informazione
e della conoscenza. L’idea di un ciclo formativo limitato a un periodo nella
vita dell’individuo è quindi destinata, gradualmente, a scomparire.
Abbiamo bisogno di un sistema che assicuri, oltre l’obbligo scolastico, la
formazione professionale ai giovani, e prepari ciascuno a uno scambio continuo
di lavoro e apprendimento in tutto l’arco della vita.
Di
conseguenza ci servono più scuole, e scuole più competitive.
Da un lato, si tratta di programmare investimenti pluriennali nella manutenzione
e nel rifacimento delle strutture, e di chiedere agli insegnanti impegni professionali
europei, in cambio di retribuzioni europee.
Dall’altro,
occorre investire sul valore pubblico dell’insegnamento.
Su
questo punto vogliamo essere molto chiari. La scuola è, e deve rimanere,
un servizio pubblico, non statale, ispirato a finalità e a regole condivise.
Una sua brutale immissione sul mercato non è quindi, nel nostro disegno,
accettabile. Ma tutelare il diritto di tutti a una formazione di qualità,
pur nel quadro di un sempre più rilevante sostegno alla scuola pubblica,
non
esclude, anzi postula, la diversificazione dell’offerta di insegnamento. Nello
schema che intendiamo attuare lo Stato garantirà la parità e
la corretta competizione, sulla base di presupposti comuni, degli istituti
pubblici fra loro e nei confronti dei privati. Ma fornirà alle famiglie,
che devono scegliere il corso di studi dei propri figli, una certificazione
di qualità basata su parametri quali i programmi e il rendimento.
Intendiamo
infine garantire a tutti l’accesso, e arginare il grave fenomeno dell’abbandono
scolastico. Pensiamo ad assegni attribuiti in base al merito, che diano più
indipendenza agli studenti, estendendo le regole materiali del diritto allo
studio.
3)
La flessibilità e i nuovi diritti dei lavoratori
Le
nuove regole sulla flessibilità e sul mercato del lavoro hanno consentito
a centinaia di migliaia di giovani di trovare un’occupazione, che in buona
parte dei casi si è poi trasformata in un rapporto stabile. Non dobbiamo
quindi avere paura dell’opportunità di cambiare lavoro, o di lavorare
in forme sempre diverse. Ciò che invece dobbiamo impedire è
che la flessibilità si trasformi in precarietà diffusa, bruciando
molte delle garanzie tradizionali.
Per questo il nostro intento è trasformare l’incertezza
di chi è in cerca di un’occupazione, o vede minacciata la propria,
in una grande occasione di libertà: libertà di scegliere come
e dove formarsi, di passare anche più volte da un’attività a
un’altra, da una città a un’altra.
Per questo riteniamo necessario istituire, e garantire, nuovi diritti. Quello
a una formazione continua, innanzitutto, che ponga ciascuno in condizione
di affrontare i cambiamenti senza esserne travolto. E quello a una rete di
protezione delle cui maglie facciano parte una adeguata copertura, anche assicurativa,
per il rischio di disoccupazione, pari ad almeno
il 50% dell’ultima retribuzione e il ricongiungimento del percorso previdenziale
anche per chi esercita attività saltuarie, o ha un rapporto di tirocinio
o di collaborazione.
4)
L’imprenditoria e le nuove economie della conoscenza
Il
tessuto di imprese grandi, medie e piccole che è la forza dell’economia
italiana costituisce un modello studiato in tutto il mondo come efficace prospettiva
nazionale nel mondo della globalizzazione. Noi intendiamo rafforzarlo, aprendolo
alle nuove economie della conoscenza.
Per questo abbiamo scelto di intervenire sia sui costi vivi – in primo luogo
quelli energetici –
sia sui margini di rischio, tuttora alti per la piccola imprenditoria tradizionale
e decisamente eccessivi nelle iniziative collegate alle nuove tecnologie.
La recente crisi del petrolio ci ha ancora una volta posto di fronte alla
nostra dipendenza, sbagliata e antieconomica, dai combustibili fossili. Dobbiamo
investire subito nelle fonti rinnovabili, come
l’energia solare, e avviare la ricerca e lo sviluppo delle risorse del futuro,
quali l’idrogeno.
In parallelo, è urgente dare compimento alla liberalizzazione del mercato
dell’energia, ottenendo così una riduzione delle tariffe e un consistente
miglioramento dei servizi.
Per tutte le piccole imprese e per
le attività artigiane e commerciali stiamo elaborando un pacchetto
di proposte che riguardano il fisco, il credito, i rapporti con la pubblica
amministrazione, gli enti bilaterali di concertazione. Ma, soprattutto, gli
aiuti per l’innovazione tecnologica.
Sulle nuove economie esistono infatti
poche certezze, o forse una sola: che il loro sviluppo è estremamente
rapido, e impone trasformazioni altrettanto veloci. E’ quindi essenziale semplificare
quanto più possibile l’apertura di nuove attività. In questo
senso vanno tutte le nostre realizzazioni e proposte, dallo sportello unico
per le imprese all’autocertificazione degli imprenditori. Ma, ancora più
in profondità, va reso immediato l’accesso ai capitali di rischio.
Né l’attuale offerta creditizia, né le eventuali risorse personali
sono infatti sufficienti a finanziare iniziative spesso onerose, soprattutto
nella fase iniziale. In altri paesi avanzati, a ciò provvedono fondi
pubblici creati ad hoc – una formula
che stiamo pensando di importare, adattandola alle caratteristiche del nostro
mercato.
Infine,
è importantissimo chiudere il circuito fra impresa e ricerca, e lo
si può fare agendo in entrambe le direzioni: trasformando l’università
in un ‘incubatore’ di progetti realizzabili all’esterno, e finanziabili con
fondi specializzati che ne attenuino il rischio, e offrendo crediti di imposta
alle imprese che collaborano con la ricerca.
5)
Investire nel sud: una scelta conveniente
L’Italia meridionale è in
cammino. Alcune zone registrano tassi di sviluppo superiori a quelli di parti
del nord. Nonostante la disoccupazione ancora alta, il permanere di sacche
di arretratezza e la presenza della criminalità
organizzata, il sud ha una nuova classe dirigente, che rifiuta l’approccio
assistenzialista, e chiede di poter competere, in Italia come in Europa.
Il
futuro del meridione è legato a quello delle nuove tecnologie, capaci
di generare nuova imprenditorialità e sviluppare le vocazioni naturali
del territorio: l’agricoltura, anche tipica e biologica, un’industria di trasformazione
non inquinante, il turismo – nel settore soltanto un addetto su cinque lavora
al sud, una percentuale che potrebbe essere triplicata. Ma le nuove tecnologie
corrono il rischio di girare a vuoto, se non si affrontano i nodi veri dello
sviluppo meridionale. Il primo è senz’altro la sicurezza delle persone
e delle imprese, da garantire con una lotta alla criminalità organizzata
che in questi anni ha dato risultati importanti, ma che è lontana dall’essere
conclusa. Ci sono poi infrastrutture da ammodernare subito, cominciando da
quelle vitali: trasporti, reti di metanizzazione, acquedotti e aeroporti.
Investire
nel sud deve diventare conveniente. Già la Finanziaria del 2001 prevede
una serie di sgravi fiscali per l’emersione del lavoro nero e crediti d’imposta
che spesso rimborsano, alle imprese, oltre la metà del capitale impegnato.
E le risorse per interventi di ampio respiro non mancano. L’Unione Europea
ha messo a disposizione, per il mezzogiorno, circa centomila miliardi entro
il 2006. Una somma ingente, che in collaborazione delle Regioni, nei cinque
anni di governo, dovrà essere spesa per intero.
Il
problema più rilevante rimane la minore produttività del sud,
che causa persistenti svantaggi competitivi.
La differenziazione salariale, necessaria in questa fase per attrarre nuovi
investimenti, può essere conseguita senza mettere in discussione i
contratti nazionali, ma coniugando la decontribuzione dei salari più
bassi al decentramento della contrattazione aziendale e territoriale. Nello
stesso tempo vanno favorite la mobilità della manodopera e quelle economie
di agglomerazione della forza lavoro specializzata che altrove sono state
fattori di successo dei sistemi locali.
Il
Nord ha tutto da guadagnare dallo sviluppo del Sud, che in pochi anni può
dare maggiore respiro al mercato nazionale, aprendolo verso il Mediterraneo,
i Balcani, il Medio Oriente. A dispetto di visioni antagonistiche e arcaiche
quali quelle propugnate dalla Lega Nord, la distanza che da sempre separa
le due Italie si va assottigliando. L’intero Paese ha insomma a portata di
mano un’opportunità storica, l’ultima prima dell’allargamento dell’Unione
Europea. Un’opportunità che non intendiamo lasciarci sfuggire.
Una
vita di qualità per gli italiani
Fin
qui abbiamo descritto un grande obiettivo, il raggiungimento di un’occupazione
soddisfacente per tutti. Ma la nostra politica ne ha almeno un altro, forse
anche più importante, benché meno immediatamente definibile:
migliorare effettivamente la qualità della vita di tutti i giorni.
Niente di più e niente di meno di ciò che spetta a una nazione
che proprio per la civiltà, la tolleranza, la bellezza delle arti e
della natura è da sempre conosciuta nel mondo.
Pensiamo
insomma a un nuovo paesaggio italiano, da costruire su quattro fondamenta:
1)
la sicurezza;
2)
l’ambiente;
3)
la mobilità;
4)
il federalismo leggero e i servizi.
1)
Sicurezza e legalità
Sorvegliare,
punire, reinserire
Tutti gli indicatori recenti dimostrano
come l’opera di prevenzione e repressione del crimine, organizzato e non,
sia oggi più energica ed efficace. Eppure, la domanda di sicurezza
è una delle istanze più radicate nel paese. Indubbiamente, la
microcriminalità diffusa e l’immigrazione clandestina pongono problemi
rilevanti, e nuovi. Di cui il centrodestra si serve irresponsabilmente per
agitare, di fronte all’opinione pubblica, fantasmi inquietanti – salvo assumere
spesso, in Parlamento, posizioni per scardinare il funzionamento della giustizia.
Il diritto alla sicurezza è oggi un diritto di cittadinanza. Noi vogliamo
essere severi con il crimine e decisi a rimuovere le cause del crimine.
Intendiamo combattere l’immigrazione
clandestina, anche tramite controlli alle frontiere da attuare attraverso
nuove forme di collaborazione con le forze di polizia degli altri paesi europei:
configurarla come reato servirebbe solo ad allungare le procedure di espulsione,
che devono
invece diventare immediate per chiunque abbia commesso reati minori, da scontare
nel paese di origine.
L’esigenza di una maggiore protezione dell’incolumità personale va
assolutamente soddisfatta, aumentando il controllo del territorio con una
maggiore presenza in mezzo alla gente delle forze dell’ordine e attraverso
nuove forme di coordinamento, come i presìdi di quartiere, realizzati
congiuntamente da commissariati di Polizia e stazioni dei Carabinieri. Ma
una maggiore garanzia dell’effettiva tutela dei diritti si ottiene soprattutto
riorganizzando la giustizia come un servizio per tutti – cittadini italiani
e stranieri, parti lese, imputati.
Servono subito più mezzi,
più magistrati, e una migliore organizzazione. La durata dei procedimenti
va ricondotta entro i limiti ragionevoli sanciti dalla Costituzione. Occorrono
poi regole nuove. Nella sfera del diritto civile, va ridotta l’area di intervento
dei giudici, risolvendo un numero crescente di controversie in sede extragiudiziale.
Per quanto invece riguarda
il diritto penale, va ridotta al 50% l’attuale durata del processo e vanno
garantite la centralità al primo grado di giudizio e l’esecutività
della sentenza in appello quando venga confermata la condanna. A garanzia
della propria autorevolezza, la Cassazione deve attenersi a
una stretta funzione di legittimità. Inoltre, anziché disegnare
sanzioni in astratto più severe, va assicurata la certezza della pena,
limitando i benefici penitenziali per chi ha commesso i reati più efferati
e prevedendo, per i reati minori, una gamma di misure alternative al carcere.
2)
L’ambiente come risorsa
Verso un nuovo paesaggio italiano
Il
territorio, le opere d’arte, le città sono le radici della nostra identità
e della nostra cultura. Ma sono anche il nostro futuro. Per questo la nostra
agenda diventa, qui, molto complessa e ricca, dovendo al tempo stesso rispondere
a emergenze spesso drammatiche - a cominciare dai
cambiamenti climatici - e assicurare un forte slancio progettuale. La quantità
e la qualità di ciò che dobbiamo intraprendere - il recupero
del degrado ambientale e del dissesto idrogeologico, la lotta agli usi illegali
o impropri del territorio, l’ammodernamento della rete infrastrutturale, la
riqualificazione dei centri storici - ci incoraggiano ad avviare un grande
programma di ricostruzione del nostro bene più prezioso: il paesaggio
italiano e il suo patrimonio culturale.
Sono
tutte questioni che intendiamo affrontare in un modo estremamente concreto,
perseguendo l’idea di sviluppo sostenibile. Lo illustrerò con un solo
esempio, quello del piano di riforestazione dell’intera dorsale appenninica.
Un grande intervento, che affronta simultaneamente più problemi: l’esigenza
di restituire alla penisola un polmone verde danneggiato; l’abbandono delle
zone montane, che costituiscono il 50% del nostro territorio con il rischio
crescente di dissesti e frane; la scomparsa del pascolo e di importanti attività
agricole e artigianali sui prodotti tipici e di qualità; la cancellazione
di piccole comunità, civiltà e culture materiali da sempre parte
del nostro patrimonio.
E’,
ripeto, solo un esempio. Il nostro programma conterrà piani e indirizzi
– dall’istituzione di un servizio civile volontario anche per la protezione
del territorio a un ampio spettro di sussidi all’imprenditoria "verde"
e agli operatori che tengono conto, già nella progettazione, della
valutazione dell’impatto ambientale.
Un capitolo importante
sarà dedicato alla sicurezza del lavoro e sul lavoro e a quella ambientale:
dai rischi naturali fino agli incidenti stradali. La tutela dell’ambiente
è anche indissolubilmente legata al tema della qualità e della
sicurezza di ciò che mangiamo. Si tratta di un problema che va affrontato
innanzitutto in sede europea tutelando le produzioni di qualità nazionali
e contrastando la diffusione della manipolazione genetica nel settore della
produzione alimentare. Bisogna puntare con decisione su un’agricoltura che
trovi nella qualità il
suo principale valore aggiunto e che sappia coniugare la ricchezza delle tradizioni
con la forza dell’innovazione.
3)
Una nuova mobilità
L’Italia in rete
Il
Paese sconta oggi un grave ritardo infrastrutturale, che ostacola la mobilità
di persone, merci e informazioni. In Italia ci si sposta male e si comunica
male. Larga parte del territorio rimane da cablare e l’informatizzazione del
nostro tessuto produttivo non è ancora compiuta. Entro la fine della
legislatura dobbiamo quindi trasformare il nostro territorio in una rete di
strade e autostrade informatiche, che colleghino fra loro imprese, amministrazioni,
professionisti, centri di ricerca. In tema di trasporti, il nostro obiettivo
è completare la struttura portante del sistema dei trasporti d’interesse
nazionale lungo le direttrici nord-sud ed est-ovest e nelle aree metropolitane.
Questo
programma dovrà realizzare un riequilibrio tra le diverse forme di
mobilità potenziando in particolare il trasporto ferroviario e via
mare, superare le attuali strozzature della rete autostradale, rafforzare
i sistemi di trasporto pubblico metropolitani.
Indico
qui solo alcune priorità: per le ferrovie, il raddoppio della Torino-Venezia
e della Caserta-Foggia-Bari-Taranto; per la viabilità, il rifacimento
della Salerno-Reggio Calabria e la rapida attuazione del progetto già
concordato per l’ampliamento del tratto appenninico dell’autostrada Bologna-Firenze.
Noi presenteremo un elenco delle cose che saremo in grado di realizzare per
davvero. Ad esso va aggiunta la piena funzionalità delle autostrade
del mare, cioè il collegamento con i principali porti dell’Adriatico
e del Tirreno. Un insieme di progetti di grande respiro, che potrà
essere realizzato con il concorso o il finanziamento integrale di investitori
privati costituendo così il primo, importante banco di prova della
partnership fra pubblico e privato. Per renderli realizzabili, sarà
necessario rendere più efficienti e semplici le procedure, individuando
una precisa responsabilità per la realizzazione delle opere, così
da eliminare i conflitti di competenza e gli ostacoli burocratici che rendono
oggi di fatto lunghissima l’attuazione delle opere pubbliche.
4)
Uno Stato leggero e federale
Uno
sportello al servizio dei cittadini
Tutti
gli interventi che abbiamo fin qui delineato sono necessari. Nessuno però
è sufficiente a migliorare la nostra vita quotidiana senza un buon
funzionamento dei servizi e della pubblica amministrazione. Che oggi, nonostante
gli indubbi miglioramenti degli ultimi anni, dall’autocertificazione al decentramento
amministrativo, hanno ancora standard qualitativi troppo bassi. Chi paga gravemente
le inefficienze irrisolte sono innanzitutto le persone più povere e
le famiglie in difficoltà. Dalla piena realizzazione della riforma
federalista ci si aspetta, giustamente, molto e, in particolare, uno stato
più leggero e più vicino ai cittadini. In alcune esperienze
italiane, con l’enfasi posta sui sedicenti ‘governatorati’ regionali, al contrario,
si tende a dar vita a un modello pesante, che moltiplicherebbe passaggi e
vincoli trasferendo su base regionale i difetti del centralismo. Dobbiamo
realizzare un federalismo che aiuti la società a realizzare, in autonomia,
finalità comuni. E in questo senso vogliamo applicare la sussidiarietà.
L’area di intervento della pubblica amministrazione va ridotta e concentrata
sui servizi essenziali. Ove possibile, specialmente per i servizi alla persona,
alle famiglie e per la protezione della maternità e dell’infanzia,
la gestione, anche di parti di essi, va affidata al privato sociale o alle
organizzazioni no-profit. In ogni comune e quartiere è necessario dare
vita a progetti per anziani, per utilizzare la loro esperienza e per renderli
partecipi alla vita collettiva. Anche in questo campo, come nella scuola,
ottenuta la qualità, bisogna controllarla. Per questo proponiamo che
tutte le attività sociali, gestite pubblicamente o affidate ai privati,
siano sottoposte alla predeterminazione di indicatori di qualità e
di efficacia e a una rigorosa certificazione.
Per
esempio nella sanità vanno indicati standard sui tempi di attesa di
una visita specialistica o di un intervento medico.
Italia,
2006
Tra
cinque anni consegneremo agli italiani un paese diverso e migliore rispetto
a quello in cui viviamo oggi. Un Paese più libero, più forte
e più competitivo. Con meno leggi e meno burocrazia, capace di liberare
tutte le risorse che ancora oggi sono poco sfruttate.
Un Paese che combatte esclusione, povertà, discriminazioni di qualsiasi
tipo. Un Paese più unito, dal nord al sud, e più civile.
Soprattutto,
sarà un Paese nel quale le famiglie possano consegnare ai nostri figli
maggiori sicurezze per il futuro, in un ambiente più pulito, con servizi
più efficienti.
Nell’Italia del 2006 saranno più forti i diritti e i doveri dei cittadini,
e maggiore la loro libertà. A ciascuno verranno garantite le tutele
fondamentali, a tutti sarà consentito l’accesso – in primo luogo –
ai sistemi di comunicazione, attraverso i quali passano ormai buona parte
delle opportunità di lavoro e di crescita, individuale e professionale.
L’attuale, anacronistico duopolio televisivo, che distorce e paralizza il
mercato dell’informazione, non esisterà più.
Libero di scegliere come informarsi e dove formarsi, l’italiano del 2006 avrà
conquistato, nei fatti, quella che oggi appare ancora, a volte, una formula
di rito: la cittadinanza europea. L’Italia del 2006 sarà più
sicura della propria identità.
E sarà più federale.
Fra cinque anni, l’attuale bicameralismo sarà sostituito da un sistema
più semplice – con un numero minore di parlamentari – in cui la seconda
Camera rappresenterà le istanze delle Regioni, delle Province, dei
Comuni. Sarà quindi diversa, l’Italia del 2006. Ma diverso sarà
anche lo scenario internazionale.
Restituire
alla politica il ruolo che le spetta è oggi la più importante
sfida democratica che il mondo si trovi ad affrontare. Una sfida fin qui perduta,
almeno a giudicare dall’esito di buona parte dei negoziati internazionali.
Una sfida che il nostro Paese deve contribuire a vincere. Lavorando per restituire
alle regole commerciali, giuridiche e politiche il loro peso di fronte al
predominio della finanza globale. Entrando in un‘Europa sempre più
forte e integrata, con una politica estera e di sicurezza comuni. Un’Europa
che è la nostra migliore difesa dai meccanismi altrimenti inesorabili
della mondializzazione e dai rischi di un futuro senza identità.
Un’Europa
che nel 2006 sarà, fino in fondo, la nostra seconda patria.
Care
concittadine e cari concittadini,
le idee che sottopongo a voi le presento anche al più ampio confronto
con i dirigenti e i militanti delle forze politiche che si richiamano all’esperienza
unitaria dell’Ulivo e con i protagonisti attivi della società civile.
Esse fondano la loro credibilità sui risultati già conseguiti
dal 1996 ad oggi.
Quando l’Italia pareva destinata a perdere lo storico appuntamento europeo,
l’impegno consapevole di un Paese intero sotto la guida politica credibile
e vincente di uomini come Prodi e Ciampi – senza dimenticare l’azione di buongoverno
locale di tanti Sindaci, Presidenti di regioni e province ed amministratori
locali – hanno confermato che il centrosinistra è capace di mantenere
quello che promette, come hanno dimostrato i governi di D’Alema e Amato. Non
vendiamo sogni, siamo i garanti del cambiamento. Vi proponiamo un nuovo salto
in avanti, non un salto nel buio della Destra.
Ma non intendiamo nascondere che l’azione riformatrice del centrosinistra
è stata limitata dagli eccessi di instabilità e di litigiosità
da cui è afflitto il nostro sistema politico e a cui noi stessi abbiamo
partecipato. La mia candidatura unitaria, espressione di una realtà
che valorizza i partiti e che supera le esperienze di parte, rappresenta anch’essa
un impegno e una promessa: opererò concretamente per una politica più
semplice e pulita, fin dalla formazione delle liste elettorali. Niente più
frammentazione, assai meno liste che in passato, in rappresentanza di tutte
le nostre culture riformiste, accomunate da candidature capaci di valorizzare
l’esperienza e realizzare l’innovazione e l’immissione di forze nuove. Tutto
il contrario, quindi, della coalizione conservatrice riproposta per la terza
volta agli italiani al comando di un Berlusconi sempre identico a se stesso
e affiancato da partiti e partitini dalle idee confuse e profondamente confliggenti
fra di loro.
Lungo tutta la sua storia, l’Italia ha trovato nell’esperienza di governo
delle forze democratiche la saggezza e la lungimiranza necessarie ad accompagnare
i momenti più felici della sua crescita economica e culturale. I prossimi
cinque anni saranno di grande crescita: il nuovo Ulivo ne simboleggia la speranza.
Noi, donne e uomini dell’Ulivo, siamo pronti a vincere le elezioni e guidare
una nuova stagione di forza, responsabilità, giustizia, cambiamento.
Francesco Rutelli
Lettera agli italiani di Francesco Rutelli
Care
concittadine e cari concittadini,
sono
candidato con le forze dell’Ulivo a guidare il governo del Paese nella prima,
decisiva legislatura del nuovo millennio. Sosterrò questo impegno con
determinazione, umiltà, entusiasmo.
La
determinazione che nasce dalla coscienza delle capacità e delle idee
del riformismo italiano. Con umiltà, perché di fronte alle incertezze
del futuro l’Italia non ha bisogno di un capo assoluto né di un padrone,
bensì di una classe dirigente capace di orientarne ed accompagnarne
la creatività diffusa, la voglia di lavorare, il bisogno di sicurezza
e di regole certe. Con entusiasmo, perché la nostra società
ha già dimostrato di saper vincere sfide storiche come l’ingresso nell’Unione
monetaria europea, raddoppiando il tasso della sua crescita economica e preservando,
pur nei suoi forti dislivelli, una visione
unitaria
e solidale delle diverse aree del Paese.
Confido,
con le forze della mia età, la mia esperienza di politico
e di amministratore, di poter servire
l’Italia e di operare nei
prossimi anni, quando l’euro avrà preso il posto della lira, per
stabilizzare definitivamente il nostro sistema economico e
finanziario e soprattutto perché l’intera penisola sia dotata di
servizi – pubblica sicurezza, trasporti, sanità, scuole – di alto
livello europeo. In queste condizioni di fiducia le famiglie italiane
potranno affrontare senza paura le sfide del cambiamento che
ancora ci attendono.
In
risposta alle inquietudini che attraversano il paese, il
centrodestra eccita paure molto lontane dai nostri valori e
dall’identità del popolo italiano. Un’Italia più libera e sicura
può crescere solo all’interno di un’Europa tollerante e pluralista.
I valori stessi di cui è espressione la chiesa cattolica coincidono
in larga misura con la cultura italiana ed europea, anche perché
è forte l’idea laica di uno Stato capace di tutelarli e di garantire
anche le diversità nell’ambito di regole comuni.
Cinque
anni di governi dell’Ulivo ci consegnano un’Italia più
moderna, e con maggior spazi di libertà di fare, più vitale
di
quella che conoscevamo. Il nostro programma per i prossimi
cinque anni – che sarà presentato alla vigilia dello scioglimento
delle Camere – è di renderla ancora
più moderna, più libera,
più vitale. Si tratta indubbiamente di un obiettivo ambizioso.
Con
questa Lettera agli italiani presento le idee con cui intendo
percorrere la strada che ci porti a questo obiettivo, coniugando
i risultati del buon governo con un nuovo slancio di innovazione.