Trento, mercoledì 13 settembre 2006
L’ANZIANO CIABATTINO
di Roberto Franceschini

Se negli anni subito dopo la fine della guerra 1945-48, in città c’erano oltre 30 negozi di calzoleria con oltre 200 addetti, dei quali ben una quarantina al servizio delle esigenze dell’esercito, oggi i numeri sono notevolmente inferiori e di molto. Forse una decina, includendo nel calcolo, quelle attività meglio conosciute come «tacco svelto». Di ciabattini veri e propri ne sono rimasti in servizio, invece, meno delle dita di una sola mano. Il decano di questi artigiani con buona probabilità, è l’ultraottantenne Benedetto Zanotti con bottega in Via dei Mille, seguito dal settantaduenne Sergio Moser nella vicina Via Fiume. Calzolaio e bottega che sono un vero e proprio museo dell’arte e della storia della fabbricazione e della riparazione di scarpe ed affini. Basti pensare che ha iniziato a lavorare all’età di 14 anni, carpendo ogni segreto di questa nobile arte dal padre Giovanni, che teneva bottega nel 1933 alcuni numeri civici più in là nella medesima via. E’ invece dal 1963 che si trova in questo piccolo locale (già laboratorio della pasticceria Svorzellini), dove ancor esercita assieme alla sua valida e simpatica collaboratrice. L’amatissima moglie Rita Ravagni. Donna gentile e sorridente, che racconta quante siano le centinaia paia di scarpe (ma anche di cinture, portafoglio e borsette), che rimangono in giacenza, anche per anni, da smemorati o frettolosi clienti. Per lo più giovani anziché anziani, come si potrebbe erroneamente credere. Ben difficilmente l’anziano scorda una scarpa buona e che vale la pena di riparare, perché regola prima è quella di non abbandonare mai una scarpa comoda, nemmeno per lo sfizio di seguire la moda. La bottega in ogni caso merita una visita, non fosse altro per annusare quell’inconfondibile profumo di pellame naturale, di colle e lucidi da scarpe. Gli attrezzi da lavoro sono poi una rarità tecnologica. Per le riparazioni si usano ancora delle vecchie macchine per cucire, tra le quali una «Singer» degli anni ’50, una pressa a mano ed una mola a spazzola di chissà quale età. Lo scontrino della lavorazione è ancora consegnato su un piccolo foglietto di carta, con nome e cognome scritto a matita, con la matrice infilata nella scarpa da riparare. E già questo semplice atto (contratto) di fiducia, riesce trasmettere uno speciale rapporto di fiducia tra cliente e negoziante, che fa parte di un certo passato. E prima di lasciare il negozio, un ultimo sguardo merita la vetrinetta, con spazzole e scatole da lucido in bell’ordine, e l’annuncio su un cartoncino ormai sbiadito dal sole, di una sarta ancora disponibile a rammendare qualche vestito o calzone.

Roberto Franceschini

nella foto:
il calzolaio Sergio Moser
e signora in bottega